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Afghanistan: retorica e realtà
pace: speranza o utopia?

Fabio Bergamaschi
September 26, 2009 10:33 AM



Nel giro di pochi giorni si verifica la tragica sequenza di eventi: giovedì l'attentato a Kabul e le prime notizie, domenica l'arrivo delle salme dei caduti e la camera ardente, lunedì i funerali di stato e le autorità: nel mezzo, venerdì e sabato, tonnellate di carta stampata ed ore di servizi e speciali, torrenti di parole di esperti, strateghi e politici fino all'orgia finale della diretta dei funerali di stato.
A seguire ieri si è verificato un nuovo attacco ai militari italiani con un soldato ferito, altri due feriti il 24 settembre.
Tutti abbiamo visto il bambino di due anni, basco rosso dei paracadutisti in testa, figlio di un soldato ucciso e tutti ci siamo commossi.
Tutti abbiamo visto il dolore dei famigliari e non possiamo fare a meno di pensare quanto sia terribile perdere un marito, un figlio, un padre, un fratello, un amico.
Tutti abbiamo sentito le note del silenzio e ci siamo sentiti afferrare al cuore.
E fra i “tutti” ci sono anch'io, eppure c'è qualcosa che non funziona, che mi respinge: le bare avvolte nel tricolore, le bandiere, le autorità, i vertici militari, i cerimoniali mi mettono profondamente a disagio.
Mi vengono in mente i versi di una vecchia canzone di De Andrè: ”Dove sono i generali che si fregiarono nelle battaglie con cimiteri di croci sul petto? e dove i figli della guerra partiti per un ideale, per una truffa, per un amore finito male? Hanno riportato a casa le loro spoglie nelle bandiere legate strette perché sembrassero intere”.
Ecco cosa non va: i “generali”, e cioè chi decide e comanda, Presidente del Consiglio, Ministri e alte gerarchie militari, si fregiano di sei bare, orgogliosi degli eroi caduti sul campo dell'onore nell'adempimento del dovere e che invece sono vittime di una truffa.
Le Autorità, i Potenti, immortalati dai media, incitano l'italico patriottismo ad innalzarsi tra lo sventolare delle bandiere: celebrano il rito al quale tutti gli Italiani devono partecipare, dalla camera ardente alle esequie di stato, dalle celebrazioni funebri in importanti città come Milano ai minuti di silenzio ovunque, anche nelle scuole materne, ed alle bandiere a lutto.
E intanto si dimentichi tutto il resto! Al bando scandali, condoni ed escort, crisi economica e morti sui gommoni!
Ed invece, fra l'altro, non mi riesce di dimenticare che in Afghanistan, come in Iraq, si va a combattere organizzazioni e regimi a suo tempo appoggiati perché funzionali agli interessi occidentali, in funzione antisovietica in un caso ed anti iraniana nell'altro, così come in futuro si combatterà forse Hamas, creata per contrastare Arafat, il partito di Al Fatah e per mettere in crisi l'OLP.
E non riesco a dimenticare la “truffa” della missione contrabbandata come “di pace” e che provoca ogni giorno morti e lutti fra la popolazione civile afghana, stretta fra le armi occidentali da una parte e l'integralismo talebano dall'altra, né riesco a giustificare l'appoggio dei governi occidentali ad un presidente che si fa eleggere con centinaia di migliaia di voti falsi, corrotto e corruttore.
Una missione propagandata all'inizio come sostegno alla lotta al terrorismo internazionale (quale tragedia le guerre preventive di Bush!) e necessaria alla sicurezza degli europei in realtà ha contribuito a difendere gli interessi occidentali, statunitensi in particolare, nell'area facendo nel contempo un enorme favore a costruttori e mercanti d'armi; quanto ai risultati della lotta al terrorismo basta ricordare che dopo l'inizio della campagna in Afganistan si sono verificati numerosi attentati fra i quali, in Europa, quelli di Londra e di Madrid.
Una missione fatta poi passare come impegno per la ricostruzione materiale, sociale e politica di un paese distrutto da decenni di guerre e diviso al suo interno in fazioni, tribù, e gruppi di potere ha invece provocato ulteriori distruzioni, lacerazioni nella società afgana, morti, soprattutto civili, favorito un regime corrotto ed incapace di governare perché privo di una autentica legittimazione popolare ma figlio di accordi di spartizione di potere e di zone del paese, spinto molti Afghani a simpatizzare per i Talebani che sostengono di combattere per liberare il loro paese dall'occupazione straniera, dato ai terroristi validi argomenti per fomentare l'odio contro gli occidentali.
E mi chiedo se vera opera di pace non sia invece, ad esempio, quella di Emergency, che crea strutture mediche nelle quali tutti, senza distinzione di religione, bandiera, appartenenza etnica e sesso, trovano accoglienza ed aiuto, nei limiti delle possibilità umane e dei vincoli imposti dalla realtà in cui opera.
Non penso che le armi siano il modo migliore per “esportare” la democrazia e non credo nemmeno sia giusto “esportarla”: ogni Paese deve trovare le forme di governo che meglio rispondono alle esigenze dei suoi abitanti e non credo che un sistema che funziona in una nazione possa funzionare automaticamente se trapiantato in un altro.
Dovremmo pensare a difenderla la nostra democrazia, piuttosto che ad esportarla, difendendo tra l'altro la libertà di stampa e di opinione. Dovremmo rafforzarla, cercando di ridare alle persone la possibilità di fare politica rendendola parte integrante della loro vita quotidiana invece di lasciarla soffocare fra gli interessi dei potenti e gli intrighi di palazzo. Dovremmo allargarla, rendendone partecipi gli immigrati che qui vivono e lavorano. Dovremmo sforzarci di perfezionarla al punto da diventare modello e riferimento per gli altri governi.
Allora potremmo proporla pacificamente, forti dei valori che porta con sé, senza pretendere di imporla con la forza.
D'altra parte perché portare la nostra democrazia in Afghanistan e non nelle decine di altri paesi in cui i diritti umani sono ugualmente calpestati ogni giorno?
Se fossimo conseguenti dovremmo portare la guerra (e non missioni di pace) in mezzo mondo!
E se decidessimo di farlo dovremmo essere sinceri con noi stessi: si tratta di guerra non di pace ed allora che ci siano i numeri ed i mezzi per poterla vincere questa guerra, centinaia di navi, carri armati ed aerei in grado di schiacciare qualsiasi resistenza, centinaia di migliaia di uomini che “bonifichino” il territorio distinguendo i “buoni” dai “cattivi” e che distruggano le istituzioni dei paesi aggrediti sostituendole con governi “democratici”, centinaia di milioni di euro per finanziare l'impresa e nessun rimorso per i numerosi, inevitabili morti, dall'una e dall'altra parte.
Io invece voglio continuare a credere che sia possibile vivere in futuro in una nazione che non abbia bisogno di eroi, né di armi ed armate invincibili, un paese che basi la sua forza sulle qualità etiche e morali dei suoi dirigenti politici, sui principi di convivenza peraltro già sanciti dalla nostra Costituzione, sull'accoglienza, sul reciproco rispetto tra i popoli e tra le persone, sulla disponibilità al dialogo, in una nazione artefice di un'instancabile azione diplomatica e politica tesa al confronto ed allo sviluppo della pace tra le nazioni.
Utopia o speranza concreta?

Cordiali saluti.

Fabio Bergamaschi


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