prima pagina pagina precedente




Carlo Porta e la Cirami

da: Dario Chiarino
inviato il: 12 dicembre 2002 17:22


La Cirami ha riportato alla mia memoria alcuni versi del Carletto Porta che
riporto qui di seguito - perché sembrano scritti ieri - con
l'accompagnamento della traduzione per chi ha poca conoscenza del dialetto
milanese:

La giustizia de sto mond
la someja a quij ragner
ordii in longh, tessuu in redond
che se troeuva in di tiner.

Dininguarda a mosch, moschitt
che ghe barzega un poo arent,
purghen subet el delit
malappenna ghe dan dent.

All'incontra i galavron
sbusen, passen senza dagn,
e la gionta del scarpon
la ghe tocca tutta al ragn
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La giustizia di questo mondo
assomiglia a quelle ragnatele
ordite in lungo e tessute in tondo
che si trovano nelle cantine.

Guai a mosche e moscerini
che vi bazzicano un po' vicino,
purgano subito il delitto
non appena ci dan dentro.

Al contrario i calabroni
bucano e passano senza danno
e la riparazione dello strappo
tocca tutta al ragno
. . . . . . . . . . . .



da: Giuseppe Motta
inviato il: 12 dicembre 2002 20:53

I versi di Carlo Porta, pubblicati nel forum da Dario Chiarino, mi inducono, più che a rispondere a intervenire con lo stralcio di un brano tratto da 'Il profeta' di Kalil Gibran (ed. Guanda).
E' una visione diversa da quella fulminante del Porta: va alle radici del problema 'giustizia' umana, ne mette in risalto difficoltà e limiti, descrive la situazione 'tragica' in cui si trova ogni giudice, combattuto tra ciò che pensa e la legge che deve applicare.
Entrambi gli autori hanno una visione pessimistica ma, mentre il Porta dà splendidamente voce a ciò che molti pensano con semplicità della giustizia di questo mondo, Gibran, se non correttamente interpretato, può dare l'impressione di negare qualsiasi possibilità di una 'giustizia' degli uomini. In realtà parla della 'giustizia' che abbiamo dentro di noi; della giustizia che anche i giudici servirebbero volentieri; della giustizia della quale quella umana è solo un'approssimazione.
Mi riservo di pubblicare prossimamente altro brano di diverso autore che ha scritto parole terribili sulla giustizia di questo mondo.

Giuseppe Motta

* * *
Allora un Giudice della città si fece avanti e domandò: Parlaci della Colpa e del Castigo.
Ed egli rispose dicendo:
(omissis)
Sovente vi ho udito dire di chi sbaglia: non è uno di noi, è un intruso, estraneo al nostro mondo.
Ma io vi dico: come il santo e il giusto non potranno innalzarsi al di sopra di voi,
Così il vile e il malvagio non potranno cadere al di sotto di voi.
E come la foglia non ingiallisce senza che tutta la pianta ne sia la complice muta,
Così il malvagio non potrà nuocere se non con il volere nascosto di tutti.
Insieme ve ne andate, come in processione, al vostro Io divino.
Voi siete la via e i viandanti.
E quando cade uno di voi, egli cade per chi segue, e lo ammonisce col suo inciampo.
Ahimè, pure egli cade per chi gli sta dinnanzi, benchè sicuro del suo piede non rimosse l'ostacolo.
 
E vi dirò di più, sebbene la mia parola vi pesi sul cuore: l'assassinato è responsabile del proprio assassinio;
E il derubato non è senza colpa di essere stato derubato.
Non è il giusto innocente della malvage azioni,
E chi ha le mani bianche non è puro di ciò che fa lo scellerato.
Sì il solpevole sovente è vittima dell'ingiuriato.
E anche più spesso il condannato regge la croce per chi è privo di biasimo e di colpa.
Voi non potete separare il giusto dall'iniquo e dal cattivo il buono;
Giacchè insieme se ne stanno sotto il sole, come il filo nero e il filo bianco sono tessuti insieme.
E se si spezza il filo nero, il tessitore rivedrà da cima a fondo il telaio e la tela. 
 
Se uno di voi volesse giudicare una moglie infedele,
Pesi anche il cuore del marito e ne misuri l'anima.
E chi volesse frustare l'offensore scruti nello spirito l'offeso.
E se tra voi alcuno, in nome della giustizia, vorrà punire con la scure il tronco guasto, ne osservi le radici;
Invero troverà radici del bene e del male, sterili e feconde, tutte intrecciate nel cuore silenzioso della terra.
E voi, giudici, che volete essere giusti.
Che giudizio pronunciate su colui che in spirito è ladro, benchè onesto nella carne?
Che pena infliggerete a chi uccide nella carne, ma in spirito è ucciso egli stesso?
E come processate chi inganna e opprime, se pure egli è offeso e oltraggiato?
 
E come punirete quelli che già sentono il rimorso più grande del loro misfatto?
Il rimorso non è forse la giustizia retta da quella legge che servireste volentieri?
Eppure non potete imporre il rimorso all'innocente, nè strapparlo da un cuore colpevole.
Egli chiamerà nella notte, inavvertito, l'uomo che si risvegli in lui per fissarlo lungamente in cuore.
E come potete capire voi la giustizia, se non esaminate ogni fatto nella luce piena?
Solo così saprete che il caduto e l'eretto sono un unico uomo nel suo tramonto, tra la sera del suo minuscolo Io e l'alba del suo Io divino.
La pietra angolare del tempio non è certo più alta dell'ultima pietra delle sue fondamenta.

inviato il: 13 dicembre 2002 11:06

Il seguente brano è tratto da 'Antologia di Spoon River' di Edgar Lee Masters (ed. Einaudi 1971) e segue i versi di Carlo Porta e la prosa poetica di Kalil Gibran: tutti sul tema 'giustizia'. 
 
* * *
 
Carl Hamblin
La macchina del ''Clarion'' di Spoon River venne distrutta,
e io incatramato e impiumato,
per aver pubblicato questo, il giorno che gli Anarchici furono impiccati a Chicago.
 
'Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati
ritta sui gradini di un tempio marmoreo.
Una gran folla le passava dinanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna che tentava ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d'oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto.
''Non guarda in faccia nessuno''.
Poi un giovane col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia eran tutte corrose
sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da muco latteo;
la follia di un'anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perchè portava la benda'.