Ul cantón dal djalett
a cura di Ul Manzón
... Cosa si sente dire, oggi? Bonjour!, Yes!, ¿Todo claro?, baraka, dasvidanja!, Rendez-vous, Inshallah!, garage, box, clear .....
Ma, nell'epoca della globalizzazione, della multi-etnicità, dell'abbattimento delle frontiere e di Internet, biciclètta, buna sira!, va a cjappà di ratt!, chi lo sente più dire? Eh, già, diciamocelo, fa molto ignurànt parlare con la lingua dei propri padri o nonni, fa poco colti o à la mode, e allora, via!, impariamo l'arabo, il francese, l'inglese (come fa una casalinga a fare i mestieri senza conoscere l'inglese, dico io!!! Come hanno potuto farli fino a ora!?!), non fa nulla se poi alle Elementari non insegnano i verbi italiani, ... e poi Internet, il PC (nel senso di 'elaboratore'), così utili che viene voglia di 'mettere via' i nonni ... L'erba del vicino è sempre più verde.
Sapete, tempo fa ascoltavo una insegnante di educazione civica delle scuole medie inferiore di Milano raccontare di avere assegnato ai propri alunni un tema dal titolo "Accoglienza, fratellanza, società e cultura multi-etnica". Ebbene, naturalmente i ragazzini, vuoi per scelta, vuoi per moda, hanno tutti dichiarato di essere entusiasti all'idea di avere tante persone di Paesi diversi, interessanti e poliglotte nella casa accanto, in classe, tra gli amici, ... (mia nota: "Bello!, è vero. Interessante.") Ma, ahi!, qualcuno ha stonato, nel coro. Un ragazzo, coraggioso, oltre che sincero, secondo me, ha scritto qualcosa come: "Be', io sono di origini pugliesi, ho i nonni che parlano milanese e leccese. Prima di imparare l'arabo, sarei felice di imparare a capire cosa dicono. Li farei anche contenti. Le mie radici sono qui e io non le vedo!". Al che, io, povero paesanòtt, ho pensato: "caspita!, che ragionamento maturo per un ragazzino di dodici, tredici anni!". E lei, la professoressa? "Che ignorante! Guarda te se si può fare un ragionamento più ottuso di questo!". Sono rimasto senza parole ... Quindi, mamme, badate bene che i vostri figli si italianizzino e poi si internazionalizzino il più possibile o rischieranno di essere bocciati!
Sarà. Ma io sono francamente fiero di parlare in dialetto brianzolo, il caro vecchio (oh, se è il caso di dirlo "vecchio"!) Briansöö almeno con pari proprietà di linguaggio dell'italiano, e, anzi, con più gusto! E sono anche contento quando, per bocca dei miei genitori o di quelli della murusa salta fuori (vègn a vuntra mi sembra più 'a effetto', però) un'espressione, un modo di dire che non conosco e che subito mi annoto sì da indagarvi sopra e, magari, inserirla nel vocabolario in allestimento!
Questo a mo' di cappello introduttivo a ciò che credo, o credo sia giusto, e cioè che il dialetto abbia la stessa dignità dell'Italiano, come lingua parlata e scritta, e che, anzi, in ambito locale, ne abbia anche di più, esprimendo un mondo di idee, tradizioni, credenze e saggezza che sta a noi fare in modo che non venga perduto. Lingua 'straniera' per lingua straniera, volendo imparare una favella, proviamo a non disprezzare quella dei nonni e degli antenati, almeno!
Bene. In concreto, quanto mi accingo a fare volta per volta, è segnalare e analizzare con voi dei termini, delle espressioni o degli 'ambienti' tipicamente briansöö, a patto che l'idea piaccia, accettando richieste e suggerimenti alla mia e-mail , qualora voleste contattarmi o esprimere critiche o apprezzamenti.
Solo una avvertenza: parlo di 'brianzolo', ma sarebbe opportuno parlare di 'brianzoli', per quanto strettamente imparentati, sono soggetti a variazioni locali nella terminologia e nella fonetica. Ora, quando espongo dei termini, utilizzerò la mia versione, il sanfioranese, con la grafia che ho ideata e adottata - e spero altri vogliano accettare! - per trascriverne i foni, grafia adatta comunque a qualunque varietà di brianzolo.
Il termine con cui vorrei cominciare, quest'oggi, è ul magón. Già, persino in questi tempi di regresso dialettale capita di sentire qualcuno dire: "Oh, che magón, ca g'ho indòss!". Il magón, che si potrebbe tradurre tanto come "angoscia", "ansia", "ansietà", perfino "nodo in gola" o, banalizzando, "preoccupazione" o "paura", è una bella testimonianza di quanto siano profonde e varie le origini della nostra lingua. Infatti, i dialetti così detti gallo-italici, sono quelli padani derivati dalla romanizzazione linguistica delle genti celtiche abitanti Lombardia, Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta, Emilia-Romagna, Trentino, parte del Veneto e le aree settentrionali delle Marche e dell'Umbria. Questi Celti, di cui, magari parleremo più approfonditamente in un'altra occasione, fratelli dei Celti di Gallia (così come i nostri dialetti sono tutt'ora quasi più vicini a quelli di Francia, Occitania, Catalogna), si sovrapposero a popolazioni pre-esistenti, dette Liguri o Mediteranee, delle quali poco si conosce, ma che pure hanno lasciato tracce toponomastiche e linguistiche importanti. A questo celtico venato di ligure, si venne poi a sovrapporre il latino, per lunghi secoli, cioè dal III secolo a.C. fino al V secolo d.C.. A questa data si hanno le invasioni di numerose popolazioni germaniche (in realtà, genti germaniche entrarono in Gallia Cisalpina già nel III secolo d.C., stanziate pacificamente in qualità di coloni da Marco Aurelio per ripopolare la ricca regione colpita dalla pestilenza), che recarono in Italia, oltre a mentalità e concezioni sociali proprie, anche le loro specifiche lingue. I Rugi e gli Sciri con Odoacre, seguiti dai Goti, gli Ostrogoti di Teodorico, e, dopo una breve ma feconda dominazione bizantina sotto Giustiniano, il restitutor imperii, calarono in Italia i feroci Longobardi, presenti e armati - in numero cospicuo a Trezzo sull'Adda e Monza, in zona, forse, con i Goti, la gente più importante per le tracce lasciate in Italia nell'ordinamento sociale e per l'impronta linguistica, in italiano come nei dialetti. Infine, per sconfiggere i Longobardi, nell'VIII-IX secolo, calarono in Italia i Franchi, alleati del pontefice (che, varrà ricordarlo, a quell'epoca parlavano un dialetto romanzo, discendente del latino e antenato del francese, se pur molto impregnato di termini germanici). Infine, e sino alle soglie del XX secolo, occuperanno l'Italia numerosi popoli e re stranieri, dai Tedeschi ai Francesi agli Aragonesi (importantissimi, per le ragioni summenzionate, sociali e linguistiche, a Milano, come a Napoli, come in Sicilia) e, infine, agli Austriaci. Da ognuna di queste esperienze, brutale o pacifica che fosse, i nostri dialetti traggono parte della propria fisionomia.
A una di queste invasioni germaniche, di lingua antica alto-tedesca (cioè, grosso modo lingua di popolazioni della Germania meridionale, quella montuosa, elevata), magari dei Longobardi, appartiene il termine mago, "gozzo", che, se in Tedesco moderno ha dato origine a magen, "ventriglio di pollo", la stessa idea di uno stomaco piccolo piccolo, magari rimpicciolito da paura o angoscia, presso di noi ha originato magón !
Saluti, anzi, salöd a töcc, fíi passà ul magón e sa vedum la völta ca vègn!
Ul Manzón
19 settembre 2001