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MUSEI E MEMORIA  
Yad Vashem
di Lanfranco Orsatti

Yad Vashem

Oggi, un martedì del novembre 2000, gli amici israeliani Udi e Vered mi accompagnano a Gerusalemme, allo Yad Vashem.
Yad Vashem è il museo dell'Olocausto: si erge su un picco a strapiombo sulla valle di Giosafatte; sulla destra, più in basso, Gerusalemme e capisco perché da due millenni le tre religioni monoteiste si massacrino per poterla possedere.
Due giovani si uniscono a noi, hanno il compito di sviluppare e mantenere il sistema informatico ed il web site del museo: me lo mostrano con orgoglio e con orgoglio mi conducono a visitare il loro museo.
Yad Vashem è costituito da alcuni edifici a forma di parallelepipedo, in pietra locale, immersi in uno spazio mediterraneo; è bello e riconosco i colori e gli odori del nostro Mezzogiorno e la mano di grandi architetti.

L'interno del primo edificio è molto luminoso, una voce femminile, registrata, dolce, ripete all'infinito parole che non comprendo. Sono i nomi dei bambini ebrei morti nei lager e quella voce li nominerà per sempre. Mi si gela il sangue, e non è un modo di dire, sento fisicamente la mia appartenenza ad una civiltà responsabile di questo orrore.
L'interno del secondo edificio è luminoso quanto il primo e vi sono molte testimonianze portate dai lager. Osservo un registro tedesco, dove sono meticolosamente annotati i nomi degli ebrei che in quel dato giorno e con quel dato treno sarebbero stati inviati a Dachau.
L'interno del terzo edificio è più buio: vi sono dei personal computer che permettono di accedere ad una gigantesca banca dati, con i nomi e quant'altro, preferisco evitare i dettagli, di alcuni milioni di persone. Puoi interrogare la banca dati anche possedendo solo alcune informazioni approssimative, ti saranno proposte delle possibili scelte. Molte persone sono in attesa. Mi colpisce la testimonianza scritta, ve ne sono diverse, di una italiana di Trieste che chiede in molte lingue informazioni di un parente, scomparso da oramai troppo tempo. Vi sono anche numerose aule di informatica e tanti ragazzi e ragazze. Tutti i giovani che entrano alla prima classe delle scuole medie e tutti i giovani che iniziano il militare (a diciotto anni obbligatoriamente, maschi e femmine) devono passare due giorni allo Yad Vashem, perché nessuno possa dimenticare cosa è stato l'Olocausto: di certo un modo per creare un forte senso di appartenenza e di identità ma anche, penso, per coltivare un odio infinito.
L'interno del quarto edificio è quasi completamente al buio; se sei maschio puoi entrare solo mettendo sul capo una kippah nera. La volta è a cupola, il pavimento in terra battuta, scandito da sette pietre tombali, su ciascuna è inciso il nome di un lager, su ciascuna brucia una fiamma perenne. Vorrei inginocchiarmi, ma temo di offenderli.
Quando usciamo la luce ed il profumo mi stordiscono per un attimo, ma mi sento meglio. Visitiamo i giardini, centinaia e centinaia di alberi, ciascuno dedicato ad un Giusto; vi è ovviamente anche quello dedicato a Schindler: mi sembra più bello e rigoglioso degli altri ma è solo una impressione o forse un desiderio. Gli alberi sono raggruppati per nazionalità, quelli dedicati agli italiani sono meno numerosi, ma forse è solo uno stato d'animo.
I due giovani mi abbracciano e mi salutano, sono lieti che un italiano sia stato con loro nel loro museo; i miei pensieri sono diversi.

Risaliamo in auto e scendiamo lungo la strada tortuosa che da Gerusalemme porta a Tel Aviv; ai bordi, abbandonati, molti veicoli militari: sono quelli che gli ebrei usarono nel 1948 per conquistare e difendere Gerusalemme. Li verniciano in continuazione, per impedire che la ruggine se li mangi. Sulla sinistra lasciamo la stazione di polizia di Latrun, da allora vi sventola la bandiera israeliana.
Andiamo a cena a Jaffa.
Jaffa è la cittadina araba presso la quale sbarcarono i primi ebrei per fondare la loro capitale; ora è un sobborgo di Tel Aviv, fanno parte della stessa municipalità. Pochissimi chilometri le dividono; sulla destra vedo l'edificio nel quale gli inglesi imprigionavano i militanti dell'Irgun e dell'Haganah.
A Jaffa vi sono alcune splendide residenze abitate da miliardari israeliani, guardie private armate fino ai denti le custodiscono; la restante parte, che è la gran parte, è fatiscente. Ceniamo al vecchio porto arabo, la cena è ottima come sempre, il porto odora di salmastro e di povertà, mi intenerisce pensare che è lo stesso mare che bagna la mia nazione.
Ho dormito male questa notte, nel mio lussuoso hotel occidentale.

All'indomani nel primo pomeriggio sono all'aeroporto di Tel Aviv, in attesa di tornare a casa. L'Intifada è iniziata da pochi giorni. Sull'unica pista atterrano, a pochi minuti uno dall'altro, giganteschi Boeing 747 da trasporto; non so da dove provengano, anche se le scritte che portano possono farmelo capire; non so cosa trasportino, anche se posso facilmente intuirlo.
Il nostro aereo è molto in ritardo e quando lo vedo finalmente scendere mi rincuoro.
Decolliamo. Il volo di ritorno questa volta prende più tempo e la rotta è diversa. Atterriamo a Malpensa a notte. Prendo un espresso e chiamo: mia moglie ha la voce angosciata di chi da troppo tempo aspetta questa telefonata. Ora sono di nuovo a casa.

Lanfranco Orsatti


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  11 febbraio 2003