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GIROVAGANDO PER MOSTRE  
Quando i “cumenda” erano i “cumenda”
La Milano città borghese (1880-1968) in mostra
di Mauro Reali

Corso Vittorio Emanuele

Corso Vittorio Emanuele a fine Ottocento
Fino al 21 aprile (strana data per la metropoli mengehina, autonomista e antifascista, quella del “Natale di Roma”; capricci della casualità, credo…e poi di questa data ormai hanno memoria solo gli anziani o i professori di storia!) è in mostra all'Arengario di Milano, in Piazza Duomo (orari 10-18; chiuso lunedì) La città borghese (1880-1968). Credo che visitarla sia un must per tutti i milanesi che amano la storia della propria città, ma anche per tutti coloro che vogliono avere qualche documento in più sulla storia del Novecento italiano; storia non solo di guerre – vinte e perse - e trattati di pace, di dittatori e di partigiani, di democristiani e comunisti; ma anche – diciamolo pure, anche se non è più di moda – di “padroni” e “operai”. E la storia vista dell'ottica dei “padroni” (e uso questo termine in chiave nient'affatto dispregiativa), se sono davvero tali - e non gli insipidi imprenditori che ci appaiono oggi in TV a far salotto da Vespa – è sì storia di vili danée e contrasti sociali, ma anche di lavoro e progresso, di partecipazione alla cultura cittadina e nazionale, di creazione di un vero e proprio ethos (lo dice Giulio Sapelli nella Guida alla mostra) implicante sia una dimensione valoriale che una prospettiva estetica, di gusto.
I Falck, i Bernocchi, i Crespi, i Marelli, i Borletti, i De Angeli, i Frua, i Pirelli, i Feltrinelli, i Mondadori, i Moratti, i Rizzoli….(e alcune altre famiglie) non sono solo stati ricchi imprenditori affermatisi nel lavoro. E già questo basterebbe: cosa sarebbe stata Milano senza le loro attività? Attività, in qualche caso, travalicanti l'aspetto meramente economico: la Rinascente dei Borletti o il Corriere dei Crespi non sono stati – e non sono - solo “affari”. Hanno però, inoltre, rappresentato punti di riferimento di maggior respiro, poiché molti di loro non si sono negati al rapporto fattivo (e talora di generosa donazione) con istituzioni pubbliche e private: cosa sarebbe stata Milano senza il Politecnico, la Bocconi, il Museo della Scienza e della Tecnica, il Palazzo della Triennale, la Fondazione Carlo Erba, l'Istituto Feltrinelli, realtà – tutte quante – che recano lo zampino dei “soliti noti”? Di tutto ciò all'Arengario sono in mostra documenti di varia natura: libri, giornali, progetti, ecc. Ma ciò – lo ammetto – che più mi ha affascinato è l'esposizione dei dipinti che a queste famiglie sono legati; dipinti intesi sia come loro “collezioni” private, sia come ritratti dei loro maggiori esponenti. Nel primo caso, si può notare la loro lungimiranza acquisendo già negli Trenta opere di autori non ancora del tutto celebrati, famosi sì, ma non ancora “grandissimi”, e cioè Sironi, Carrà, De Pisis, Tosi, Morandi, Manzù, Marino Marini…: e se fosse stata proprio la loro esibizione nei salotti della “Milano che conta” a renderli così importanti? Senz'altro la borghesia meneghina era in qualche misura opinion-maker; ma per saperne di più è bene leggere ciò che dice Sergio Rebora nella Guida. Nel secondo caso, quello dei ritratti, possiamo notare la presenza di pittori “specializzati” in materia, Guido Tallone, Riccardo Galli, Carlo Cazzaniga, che seppero dare ai volti talora un po' ruspanti dei committenti – volti che lasciavano spesso trasparire le loro umili origini – una patina di aristocraticismo; bellissimo – tra tutti – è a mio avviso il ritratto di Giovan Battista Pirelli del grande Ettore Tito.
Oggi – come scrive Guido Vergani nella Guida – quella borghesia è tramontata ed è stata largamente rimpiazzata da nuove facce; ma oggi è oggi, ieri era ieri. Non vorrei generalizzare, ma l'impressione è che gli imprenditori di oggi – il modello vincente esiste… – siano più tentati dalla politica che dalla partecipazione civile; le grandi sponsorizzazioni culturali sono per lo più lasciate alle banche, enti senz'anima, anzi per di più “senza volto”, e non mi pare che i cumenda di oggi siano troppo legati al mondo dell'educazione e dell'università (anche se – va detto per amore di verità – Assolombarda qualcosa fa in tal senso). Quanto al gusto, al collezionismo, oggi i quadri d'autore si comprano in televisione, o si possono far scegliere da qualche consulente artistico, magari “scaricandone” le immagini da Internet. Sulla ritrattistica sospendo il giudizio; credo però che tra qualche anno un bel ritratto del Berlusca lo troveremo in Questura, Prefettura, eccetera, dietro la lucida scrivania dei funzionari e accanto alla Bandiera.

Mauro Reali


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  7 febbraio 2002