di Fabio Isman inviato speciale de "il Messaggero"
Mauthausen - il monumento di Israele
«Unser Führer Adolf Hitler ist gestorben», è morto: l'ammiraglio Karl Doenitz lo annuncia per radio a ciò che resta del Terzo Reich, e al mondo intero, il 30 aprile 1945; poi, nove giorni dopo, firma la resa. Il «piccolo caporale» austriaco, un'origine che oggi vale la pena di sottolineare, era diventato Cancelliere il 30 gennaio 1933; e nel luglio 1941, affermava che «la camicia bruna forse non sarebbe mai nata senza la camicia nera», ricorda lo storico tedesco Gerhard Schreiber nel suo recente libro La vendetta tedesca, le rappresaglie naziste in Italia (Mondadori). Incredibile: il nazismo è rimasto al potere solo 12 anni; un ben triste primato, senza raffronti in epoca moderna: alle vittime della guerra (sette milioni di tedeschi; tra 12 e 15 milioni di russi; 440 mila inglesi; 300 mila americani; 260 mila francesi; 444.523 italiani), vanno infatti aggiunte quelle della deportazione, dei lager. Quante, esattamente, non si saprà mai. Raul Hilberg, il massimo studioso della Shoah (non Olocausto «perché non c'era proprio nulla da espiare», spiega il presidente della Camera Luciano Violante), valuta in 5 milioni e 200 mila gli ebrei; ma la deportazione e lo sterminio riguardano anche cinque milioni di oppositori politici, 76 mila tedeschi definiti «difettosi» dal regime, mezzo milione di zingari, centinaia di migliaia tra mendicanti, gay, obiettori di coscienza, criminali comuni, tantissimi altri.
L'ultimo treno «italiano» per Auschwitz parte da Fossoli il 2 agosto 1944: di 300 ebrei, ne torneranno 28. Il secondo convoglio era stato quello della «retata» di Roma, 16 ottobre 1943: 1.023, di cui, alla fine, solo 15 sopravviveranno, Settimia Spizzichino è l'unica donna. Parte invece da Trieste il 4 febbraio 1945 l'ultimo convoglio per Mauthausen. Erano ebrei 77 dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine. Un campo di sterminio funzionava anche a Trieste: la Risiera di San Sabba, oltre cinquemila morti. Ancora Schreiber indica in «settemila militari e oltre novemila civili, di cui almeno 580 bambini sotto i 14 anni» gli assassinati nelle 282 vendette e rappresaglie in Italia di SS e Wehrmacht, quasi mai indagate dalla nostra giustizia militare, che lui ha invece pazientemente catalogato. Un elenco e una geografia del terrore che potrebbero continuare assai a lungo, alla faccia di tutti i «minimalisti» e i «negazionisti» della Storia, che continuano ancora a prosperare, come anche il recente processo di David Irving all'Alta Corte di Londra dimostra.
Il 21 gennaio 1945 i russi aprono i cancelli di Auschwitz, e il 5 maggio gli americani quelli di Mauthausen. La liberazione dei due lager, più di tutti gli altri assurti ad emblema della parabola e della barbarie naziste, ha comportato e comporta, per chiunque, un obbligo e un dovere fino ad allora ignoti, o scarsamente praticati: quello di testimoniare, di non dimenticare. Per non finire, anche noi tutti, in un altro terribile confino: quella «zona grigia dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi», parole di Primo Levi. Non dimenticare mai che quanto poteva apparire impensabile, incredibile, impossibile, è invece successo. «Oggi, la memoria dei lager è minacciata», ha spiegato Violante al congresso dei deportati italiani, a Mauthausen: ai «negazionisti», si affiancano infatti anche i «neutralisti», che pur di non riconoscere l'enormità di quanto accadde 55 anni fa, magari ne mettono in discussione anche i minimi dettagli.
Invece, no: «Chi non ricorda, non vive», spiegava il filosofo Giorgio Pasquali (1885-1952); «chi non sa ricordare il passato è condannato a ripeterlo», affermava l'americano George Santayana (1863-1952). Quanti oggi affrontano l'esame di maturità, sono per esempio nati (ma questo è un altro discorso) 15 anni dopo piazza Fontana: se nessuno glielo racconta, hanno tutto il diritto di non sapere. E noi, invece, abbiamo tutto l'obbligo di raccontarglielo. Un mese fa, a Roma, una scuola elementare di periferia ha ricevuto il nome che i propri allievi e insegnanti hanno scelto per lei: quello di Ada Tagliacozzo, bimba ebrea di otto anni, portata ad Auschwitz quel 16 ottobre 1943 e subito «passata per il camino». Per questo ricordo tangibile, sono trascorsi 57 anni. Ma anche moltiplicando questo 57 per 57 volte, non saranno mai abbastanza per poter dimenticare. E ricordare, non vuol dire soltanto pensarci; è - deve essere - un impegno di ciascuno, perché ciascuno, e sempre e per sempre, sappia.