
Argentina e Italia
Riflessioni in margine allo spettacolo Gente come uno
di Luigi F.Bona
Ho un ricordo personale.
Devo lasciarti, adesso. Scendo anch'io, con le mie pentole. A domani, un ultimo saluto e il collegamento internet viene chiuso dalla mia amica argentina, quella sera del 2001, quando raggiunge in strada migliaia di altre donne armate di pentole, per manifestare con il rumore assordante la protesta di tutto un popolo raggirato e portato alla rovina. L'indomani mi collego ancora, con l'ansia di essere rassicurato che non le è accaduto niente, che la polizia non le ha sparato e la folla non l'ha schiacciata, e cerco ogni giorno sue notizie per molti giorni ancora. Neanche lei avrebbe mai immaginato che il suo Paese sarebbe finito così, che i soldi in banca sarebbero scomparsi di colpo, per tutti, con la chiusura di tutte le attività, il saccheggio dei negozi per trovare cibo, per sopravvivere all'incubo. Chiudete gli occhi e immaginate che le banche italiane, tutte, non esistano più: è scomparso il vostro conto e quello di tutti gli altri, non funzionano più bancomat o carte di credito, dimenticate gli assegni, dovrete sopravvivere con i contanti che avete in tasca, non potrete neppure ricevere aiuto dall'estero, perché i bonifici non vi saranno pagati, e la vostra valuta non vale la carta su cui è stampata.
Il debito pubblico che cresceva senza limiti, nell'ubriacatura di un liberismo selvaggio sostenuto da un governo sprovveduto e colpevole, con la complicità dei giocatori d'azzardo del sistema bancario, sembrava un palloncino che si potesse gonfiare all'infinito: chi ne indicava i rischi era considerato un retrogrado, autorevoli studi stavano a dimostrare che il futuro era nella privatizzazione generalizzata, nella vendita di ogni ricchezza nazionale. Come poteva andare in fallimento un Paese come l'Argentina?
La rappresentazione teatrale Gente come uno, presentata a "Binario 7" dalla compagnia Alma Rosé, che porta in scena il dramma della classe media argentina travolta dalla crisi. La tragicità di momenti e situazioni viene esposta senza veli dall'attore Manuel Ferreira, che non cerca di trovare giustificazioni a quanto è accaduto ma arriva fino al nocciolo dell'argentinità, della coscienza di sé dell'argentino medio, fino alla colpa di ogni persona che aveva trovato più comodo chiudere gli occhi per non vedere il baratro in cui tutti stavano precipitando. Io sono tra quanti, da cinque anni, prova imbarazzo a chiedere Come sta, l'Argentina? come si chiederebbe se un malato terminale ha mostrato segni di ripresa; un imbarazzo che non provavo quando parlavo della tragedia politica e del nefando regime militare, magari rabbia o dolore ma mai imbarazzo. Non avevo mai pensato a questa differenza, ma alcune battute del monologo mi ci hanno fatto riflettere.
La chiave di tutta la rappresentazione sta in quel sottotitolo: Argentina. C'era una volta un Paese ricco e ora non c'è più. Al di là di tante parole, il fatto crudo è questo: un Paese straordinario, bello, ricco e di cultura eccellente può andare rapidamente in fallimento, e poi non resta che la rovina, bambini che muoiono di fame, lotta per la sopravvivenza, miseria. E se è accaduto in Argentina può accadere ovunque, per esempio in Italia.
Ho un altro ricordo: amici argentini ai quali raccontavo arrabbiatissimo le ultime malefatte del precedente governo italiano, mi dicevano Incredibile, è successo così anche da noi, state attenti! Possibile che gli italiani non vedano come siamo finiti e perché?.
Manuel Ferreira fa tremare anche quando mostra il sorriso a 35 denti dei presidenti argentini, un sorriso da persona sicura di sé che evoca altri sorrisi televisivi nostrani, e tutta la storia del tracollo argentino sembra una parabola di un possibile destino italiano. L'ammirazione per il bravissimo attore e la sapienza registica di Elena Lolli non ci tolgono dallo stomaco un senso di oppressione per questa somiglianza con la nostra situazione, un senso di un pericolo tutt'altro che rimosso, con molta Italia che crede ancora agli illusionismi finanziari e non vede il baratro che ha davanti.
Luigi F. Bona
2 dicembre 2006
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