
Ecco la trappola per catturare l'anima del re...
L'Amleto di De Capitani a Monza
di Marta Villa
Dal 19 al 23 gennaio 2006 al Teatro Manzoni di Monza è andato in scena l'Amleto di Shakespeare, una produzione dei Teatridithalia per la regia di Elio De Capitani e la recitazione magistrale di Ferdinando Bruni.
Un Amleto che parla al Novecento, che è completamente un uomo del nostro secolo, con i dubbi, la sete di vendetta, lo sguardo lucido, analitico e razionale, e le passioni che lo portano a gesti impulsivi e all'omicidio
Destino e volontà tra loro seguono sensi e moti contrari e questo fa la vanità di tutti i nostri calcoli. Nostri sono i pensieri, non gli esiti, mai., due avversari nel teatro della natura, tanto caro al '600, ma che sono protagonisti anche della nostra contemporaneità. Dopo la rappresentazione teatrale di fronte a Claudio, a Gertrude e a tutta la corte di Elsinore, Amleto e Orazio non hanno più dubbi: lo zio, Caludio, ha assassinato il padre di Amleto, come lo spettro aveva rivelato. A questo punto ad agire potrebbe essere le cieca vendetta, ma quando Amleto si trova alle spalle del nuovo re, inginocchiato orante, non riesce a compiere un delitto a sangue freddo
che invece compie per sbaglio e mosso dall'istinto ai danni di Polonio nella camera della madre.
La conclusione è un capolavoro, un fallimento estetico come scrisse Eliot, ma per questo una continua sfida per la messinscena
Dopo sei anni dall'ultimo allestimento, questo Amleto è la manifestazione dello scontro di civiltà e del ritorno della volontà dei condottieri, ove solo la violenza può dissipare il caos della realtà e l'uomo attirato dalla forza distruttrice è incapace di accettarsi umano, per nulla artefice del proprio destino. Shakespeare chiede la complicità al pubblico e la condivisione della propria consapevolezza: il processo drammatico consiste sempre in qualche sacrifico o nella messa a morte collettiva. La vendetta e la catarsi sono al centro della scena e si esprimono in modo molto diretto e ironicamente ambiguo. Per compiere una vendetta con convinzione bisogna dice Girard commentando l'Amleto- credere nelle giustizia delle propria causa, ossia nell'innocenza della vittima che si intende vendicare e nelle colpevolezza della nuova vittima designata. Ma la colpevolezza della vittima designata si fonda sull'innocenza della prima vittima. Se quest'ultima è già un assassino e colui che cerca di vendicarla riflette un po' troppo sulla circolarità delle vendetta finisce per non credere più in essa. È esattamente quello che accade in Amleto. Se l'autore lascia intendere che il vecchio Amleto, il padre ucciso, era stato a sua volta assassino, deve esserci una ragione. Ma noi restiamo incollati alle ragioni di Amleto, il finto malato di mente, che non possono prescindere dal contesto: il crimine compiuto da Claudio appare ai suoi occhi come l'ultimo anello di una lunga catena, la propria azione un nuovo anello, identico ai precedenti. Per Amleto interrogarsi sulla propria identità e sull'identità e l'autorità del fantasma è la stessa cosa. La tragedia non ha né inizio né fine, perché per Amleto non c'è via d'uscita: la vendetta è vana, non gli riporterà il padre in vita, ma il dovere sacro che permea la società, la esige. E la vendetta alla fine non è decisa dall'uomo, ma dal destino
Bruni è meraviglioso, permette allo spettatore di cogliere i lati più profondi e intimi della personalità di Amleto, domina la scena e mette a nudo il dramma personale di un uomo, che è comune a tutta l'umanità
Amleto è un uomo del nostro secolo, ironico, irriverente, istintivo, pieno di dubbi, ma anche analitico e razionale.
La regia di De Capitani è notevole, ha permesso ad Amleto di mostrarci le nuove barbarie degli anni attuali, il nostro disordine planetario, il suo viaggio dentro se stesso e contro il suo tempo fuori sesto ha smascherato la pretesa civiltà occidentale delle vendette e delle certezze su cui si costruiscono le vendette.
Tutto il cast (in particolare la Marinelli, la Russo Arman, Toracca, e anche il nostro Corrado Accordino) si muovono coralmente attorno alla tragedia dell'uomo Amleto, lo accompagnano, la sostengono senza alcuna sbavatura attraverso una capacità interpretativa ed espressiva che poche volte si incontra a teatro.
Noi abbiamo bisogno di lui (Shakespeare) per comprendere meglio la strana situazione storica in cui siamo stati gettati dalla stessa enormità del nostro potere tecnologico. Non intendo scherzare. Il progresso tecnico ha reso le nostre armi così distruttive che la loro utilizzazione si scontrerebbe contro qualsiasi piano razionale d'aggressione. Per la prima volta nella storia dell'Occidente possiamo nuovamente comprendere il terrore ancestrale della vendetta. L'intero pianeta assomiglia a un'unica tribù primitiva ma noi non disponiamo più di culti sacrificali che ci consentano di trasfigurare, esternare, ed esorcizzare la minaccia della nostra stessa violenza (R. Girard Shakespeare. Il teatro dell'invidia).
Marta Villa
24 gennaio 2006
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