prima pagina pagina precedente scarica il testo




La globalizzazione che funziona 4
di Giuseppe Poliani

L'onere del debito

Argentina 1 Argentina 2

I paesi in via di sviluppo spesso contraggono debiti in eccesso esponendosi cosi ai rischi di insolvenza, dovuti alle variazioni dei tassi di interesse (caso Argentina), dei tassi di cambio (caso Moldavia) o alla diminuizione del PIL nazionale, e tutto ciò non solo per loro volontà ma anche per colpa di chi concede il prestito senza verificare la solvibilità del richiedente.
Quando si avvia un braccio di ferro fra FMI e paese debitore spesso è quest'ultimo che deve cedere e perdere la sua sovranità economica per salvare l'economia del paese; il problema non si risolve che per poco tempo in quanto, di nuovo in urgenza, il paese richiederà nuovi prestiti.
La soluzione è fare in modo che si richiedano meno prestiti e che i rischi di quelli concessi siano a carico soprattutto dei paesi industrializzati.
Circa un secolo fa la Gran Bretagna, la Francia e l'Italia su autorizzazione degli Stati Uniti organizzarono una spedizione navale militare sulle coste del Venezuela per bloccare i porti e costringere il paese a pagare i debiti internazionali. E così successe per tanti altri casi (Messico, Egitto, Carabi, Repubblica Dominicana, Terranova); ma oggi non si può pensare di fare come allora e prendere a cannonate l'insolvente.
Se un paese non è in grado di pagare ci sono tre possibilità: condono, ristrutturazione (posticipazione rate), insolvenza (Argentina nel 2005 con una transazione di 35 centesimi a dollaro).
I prestiti in eccesso aumentano il rischio di crisi e in caso ciò si verifichi i nuovi prestiti di salvataggio del FMI vanno non certo ai poveracci ma alle banche occidentali ed ai creditori stranieri i quali, una volta risarciti, se ne vanno dal paese socializzando così il rischio privato e lasciando il conto da pagare al paese ulteriormente indebitato ed impoverito.

Nonostante nuovi prestiti quindi un paese può ritrovarsi più povero ed insolvente di prima.

I condoni sono un rimedio efficace ma spesso si premiano oltre che i più sfortunati anche i più irresponsabili; in tema di condoni tuttavia qualcosa si è fatto: 1996 programma HIPC (Highly Indebted Poor Countries), 2000 (Giubileo) ampliamento del programma HIPC, 2005 G8 di Gleneagles attua il condono del 100% dei debiti dei 18 paesi più poveri del mondo.
Un altro problema spesso è il debito illegittimo, cioè debiti contratti da dittatori nell'indifferenza di un occidente spesso collaboratore o addirittura complice, come nel caso dei paesi esportatori di petrolio (Nigeria, Congo, Cile, Sudafrica).
Oggi questi paesi pagano debiti contratti senza consenso democratico o per veri e propri furti da parte di despoti al potere, con trasferimento di capitali all'estero in conti cifrati in Svizzera.
Ma il più delle volte il maggior problema è dato dall'instabilità dei mercati che penalizzano i paesi debitori, strozzati da interessi, speculazione (breve termine) e tassi di cambio variabili.

Riformare il sistema di riserva globale

Bolivia 1 Bolivia 2

“Il sistema finanziario globale non funziona come si deve, specie per i paesi in via di sviluppo. I flussi di denaro viaggiano in salita, dai poveri verso i ricchi. Il paese più agiato del mondo – gli Stati Uniti – vive costantemente al di sopra dei propri mezzi, prendendo in prestito 2 miliardi di dollari al giorno dai paesi più poveri” (pag. 281).

Questi 2 miliardi che i paesi poveri versano all'occidente sviluppato sono in parte rappresentati dal debito da pagare ed in parte dagli investimenti in titoli e valuta (risparmi) che i paesi poveri accumulano come proprie riserve valutarie in valuta pregiata.
Le riserve servono a garanzia dei debiti contratti e/o come possibile fonte di denaro liquido in caso di crisi economiche.
Nel periodo 2000-2005 Giappone, Cina, Corea del Sud, Singapore, Malaysia, Thailandia, Indonesia, Filippine hanno più che raddoppiato le loro riserve, e la Cina ha raggiunto i 900 miliardi di dollari.
Evidentemente queste riserve hanno un “costo”, rappresentato dalla differenza fra tasso di interesse (bassissimo; 1-2%) ricevuto “prestando” denaro agli Stati Uniti (cioè acquistando titoli) ed il tasso di interesse che invece potrebbero ricavare investendo in altri progetti più vantaggiosi (10-15%).
In altre parole se 100 milioni di dollari “prestati” dal paese povero agli USA per costituire delle riserve (acquisto titoli in valuta), a garanzia di un debito, “costano” un interesse attivo del 5%, altri 100 milioni di dollari di debito contratto dal FMI “costano” un interesse passivo del 20% !
Il risultato è che il paese povero ci rimette su 100 milioni di dollari il 15% che vanno dal paese povero verso il paese ricco. Ecco il trucco.
Cioè, generalizzando, il costo del sistema globale di riserve grazie al quale gli Stati Uniti possono vivere al di sopra delle loro possibilità, grava soprattutto sui paesi poveri e questo immenso capitale di riserve (4700 miliardi di dollari che crescono al 17% annuo) rimane congelato sottoterra.
Tutto questo perché il dollaro è considerata la valuta più forte ed alla quale tutti si riferiscono.

Ma questo sistema di riserve basato sul dollaro sta cambiando perché non è a lungo sostenibile un indebitamento costante del paese più ricco che genera la valuta-riserva ed esporta debito e perché gli stessi paesi emergenti (Cina) non si sentono più in obbligo di accumulare riserve in dollari ma stanno cominciando ad utilizzare altre valute come ad esempio l'Euro (Cina).
Da ultimo la nascita dell'Euro ha accelerato il logoramento del sistema di riserve basato sul dollaro.
Questo abbandono del dollaro potrebbe causare scossoni se attuato in modo troppo brusco e veloce nei prossimi anni.

La soluzione secondo Stiglitz sarebbe in un vecchio concetto elaborato da Keynes che prevedeva la costituzione delle riserve mondiali in “banconote universali” che i paesi si impegnerebbero ad emettere versando ogni anno un corrispondente in valuta nazionale, banconote che potrebbero riutilizzare in tempi di crisi riconvertendole in valuta nazionale.
Brevemente, Stiglitz sostiene che questo sistema di banconote universali spezzerebbe la ferrea logica della somma zero (fra deficit ed eccedenze della bilancia commerciale) non più necessaria, che invece sarebbe compensata dall'immissione di queste banconote universali che andrebbero a pagare annualmente i disavanzi e/o , ancora meglio, a finanziare collettivamente progetti come, ad esempio, quello pensato per aiutare quei 770 milioni di persone che ancora oggi non sanno leggere e scrivere (10-15 miliardi di dollari il costo necessario !).

Per una globalizzazione democratica

Africa subsahariana 1 Africa subsahariana 2

Siamo giunti all'ultimo capitolo, dove Stiglitz ci ricorda che “la globalizzazione dell'economia corre più veloce di quella politica” e che “riformare la globalizzazione è, infatti, una questione politica” (pag. 310).

Per poter rispondere alle sfide della globalizzazione occorre affrontare le crescenti disuguaglianze generate dalla globalizzazione con un aumento del welfare e degli ammortizzatori sociali, evitando di lasciar fare al libero mercato (trickle down), salvaguardando la democrazia che è oggi in serio deficit, e promuovendo azioni collettive per i beni pubblici: la pace, la salute, l'acqua, l'ambiente.
Gli organismi internazionali (WTO, FMI, WB) dovrebbero rendere conto ad un ente internazionale del loro operato e procedere a riformare i loro sistemi interni di voto, di rappresentanza, di trasparenza, a salvaguardia dell'interesse generale e contro i conflitti di interesse dei poteri forti.
Occorre infine far rispettare le sentenze internazionali e introdurre procedimenti giudiziari più efficaci.

Un nuovo contratto sociale è necessario per stare dalla parte dei più deboli con la consapevolezza di condividere lo stesso pianeta, le stesse risorse.
Concludo con le ultime righe di Stiglitz, a pagina 335:

“Per gran parte dei paesi del mondo, la globalizzazione – per come è stata gestita – assomiglia a un patto col diavolo. In ogni paese, c'è qualcuno che si arricchisce; le statistiche sul PIL, per quello che valgono, presentano risultati migliori, ma il tenore di vita generale e i valori fondamentali sono messi in pericolo. In alcune parti del mondo, i guadagni sono ancora più impalpabili, e i costi più evidenti. La maggiore integrazione nell'economia globale ha portato ad un aumento della volatilità e dell'insicurezza, e a una maggiore disuguaglianza, arrivando addirittura a minacciare i valori fondamentali.
Non è giusto che le cose vadano in questo modo. Noi possiamo fare in modo che la globalizzazione funzioni, non solo per i ricchi e i potenti, ma per tutti, anche coloro che vivono nei paesi più poveri. Il compito è arduo, e richiederà tempo. Abbiamo già aspettato troppo: è arrivato il momento di darsi da fare.“



Giuseppe Poliani

ricchezza e povertà

Joseph Stiglitz, vincitore nel 2001 del premio Nobel per l'Economia, è nato nel 1943 nell'Indiana.  Professore di Economia e Finanza presso la Columbia University, è stato consigliere di Bill Clinton durante il primo mandato e, dal 1997 al 2000, senior vice president e chief economist della Banca Mondiale. Tra le sue opere pubblicate in Italia: Economia del settore pubblico (Hoepli, 1989); Il ruolo economico dello stato (Il Mulino, 1992); Principi di microeconomia (Bollati Boringhieri, 1999); In un mondo imperfetto (Donzelli 2001).
Einaudi ha pubblicato, in contemporanea con le edizioni americane, i suoi libri più recenti: La globalizzazione ed i suoi oppositori (2002) e I ruggenti anni Novanta (2004).

Le puntate precedenti
La globalizzazione che funziona - Un mondo migliore è possibile
La globalizzazione che funziona 2 - Un mondo diverso è possibile
La globalizzazione che funziona 3 - Un mondo diverso è possibile


in su pagina precedente

  25 novembre 2007