
La globalizzazione che funziona
Un mondo migliore è possibile
di Giuseppe Poliani
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"Finora ho parlato soprattutto dell'economia della globalizzazione, ma come ho sottolineato nel capitolo 1, i problemi nascono soprattutto dal fatto che la globalizzazione dell'economia corre più veloce di quella politica e che le sue conseguenze economiche superano le nostre capacità di capire e di plasmare questi processi nonchè di affrontarne gli effetti attraverso la politica. Riformare la globalizzazione è, infatti, una questione politica." (Cap. X, pag. 310)
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"La buona notizia è che una forza potente farà aumentare i salari in Cina ed in India, quella cattiva è che una forza uguale e contraria farà scendere le retribuzioni dei lavoratori generici in Occidente." (Cap. X, pag. 313)
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"La sfacciataggine degli USA, cha da una parte predicano il libero commercio e dall'altra raddoppiano le sovvenzioni all'agricoltura, la dice lunga su come va il mondo". (Cap. X, pag. 316).
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"I critici della globalizzazione hanno visto giusto: troppe persone ci hanno rimesso a causa di come è stata gestita finora. Ma io penso che abbiano ragione anche gli ottimisti - quelli che in assemblee come il World Social Forum di Mumbai, hanno affermato che un mondo diverso è possibile." (Cap. X, pag. 317).
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"Le istituzioni internazionali (Fmi, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio) a cui è stato affidato il compito di scrivere le regole del gioco e di gestire l'economia globale riflettono gli interessi dei paesi industriali avanzati o, più precisamente, alcuni interessi particolari all'interno di quei paesi (per esempio, quelli dell'agricoltura e dell'industria petrolifera). (Cap. X, pag. 317).
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La fine della guerra fredda aveva dato agli Stati Uniti, l'unica superpotenza rimasta, l'opportunità di imprimere al sistema economico e politico internazionale un nuovo corso ispirato a principi di equità e interesse per i poveri; ma, liberatosi dalla concorrenza dell'ideologia comunista, gli Stati Uniti hanno avuto anche la possibilità di plasmare il sistema globale in funzione dei loro interessi specifici e di quelli delle grandi multinazionali. Purtroppo per l'economia mondiale, hanno scelto questa seconda via. (Cap. X, pag. 319).
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"Talvolta, certi interessi particolari assurgono addirittura al ruolo di interessi nazionali: ciò che va bene per le case farmaceutiche statunitensi, per la Microsoft o per la ExxonMobil, va bene per il paese, sulla falsariga della celebre frase di Charles Wilson, presidente della General Motors, secondo cui ciò che è utile per la General Motors è utile per il paese e viceversa". (Cap. X, pag. 320).
"La depoliticizzazione del processo decisionale spiana la strada a decisioni che non tengono conto degli interessi sociali generali". (Cap. X, pag. 321).
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"Nel Fmi gli Stati Uniti restano l'unico paese con diritto di veto effettivo" (Cap. X, pag. 323).
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"L'operato di questi enti dovrebbe essere giudicato per esempio dall'ONU e le valutazioni dovrebbero riguardare la diversità fra le conseguenze previste e ciò che invece è accaduto realmente. Perchè, per esempio, le operazioni di salvataggio finanziario del Fmi non hanno funzionato come previsto durante le crisi ? Perchè c'era il denaro per andare in soccorso delle banche internazionali, ma non quello per pagare i sussidi ai poveri ? Perchè i vantaggi ottenuti da molti paesi più poveri dopo l'ultima tornata di negoziati commerciali sono stati di gran lunga minori rispetto alle promesse ?". (Cap. X, pag. 325).
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"Se gli Stati Uniti si possono permettere di spendere 1000 miliardi di dollari per combattere una guerra in Iraq, certo non mancheranno loro 100 miliardi di dollari l'anno per combattere una guerra globale contro la povertà". (Cap. X, pag. 328).
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"Le aspirazioni di sviluppo di molti paesi sono soffocate sul nascere dal peso di un debito estero che li opprime. Non a caso, come abbiamo visto, i flussi netti di denaro degli ultimi anni hanno cambiato direzione: dai paesi poveri a quelli ricchi". (Cap. X, pag. 328).
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"I globalizzatori degli ultimi vent'anni forse pensavano che a questo punto le dottrine economiche da loro caldeggiate in ambito internazionale avrebbero dato tali e tanti frutti che ogni errore sarebbe stato perdonato. Forse si auguravano che se anche fosse aumentata la disuguaglianza, fintantochè - secondo il famoso principio del trickle down - qualcosa fosse gocciolato anche ai poveri, la situazione potesse rimanere sotto controllo. Anche se qualcuno fosse stato privato delle cure necessarie per salvargli la vita, se le persone in genere avessero visto migliorare le loro condizioni di salute, speravano che la cosa potesse funzionare. Come abbiamo visto, però, le promesse non sono state mantenute ". (Cap. X, pag. 331).
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"Gli Stati Uniti non possono pretendere di preoccuparsi della loro sicurezza senza permettere agli altri di fare altrettanto e non si dovrebbe permettere loro di poter decidere in modo unilaterale con quali paesi le imprese europee possano commerciare o quali prodotti possano vendere". (Cap. X, pag. 332).
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"Il paese più ricco al mondo sa di poter ottenere ciò che vuole sempre e comunque, soprattutto quando è in gioco la sua sicurezza nazionale. Il resto del mondo, almeno fino ad ora, non se l'è sentita di opporsi. L'euforia tutta americana per la globalizzazione, caratterizzata da un totale disinteresse per gli obiettivi ed i metodi di gestione, ha travolto davvero troppi paesi e troppa gente. Ma verrà un giorno in cui gli Stati Uniti non potranno più fare a modo loro. Alla lunga, le forze del cambiamento globale economico, sociale, politico e ambientale saranno più forti della capacità di una singola nazione - anche la più potente - di piegare sistematicamente il mondo al proprio volere e ai propri interessi". (Cap. X, pag. 333).
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"Gli Stati Uniti hanno giustificato il loro operato sostenendo di agire per rafforzare la democrazia in tutto il mondo, ma hanno indebolito la democrazia globale. Hanno parlato di diritti umani, ma hanno calpestato questi diritti arrivando tra l'altro, a giustificare in modo spudorato il loro diritto di ricorrere alla tortura, contravvenendo alla Convenzione dell'ONU". (Cap. X, pag. 334).
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"Non è giusto che le cose vadano in questo modo. Noi possiamo fare in modo che la globalizzazione funzioni, non solo per i ricchi e i potenti, ma per tutti, anche coloro che vivono nei paesi più poveri. Il compito è arduo, e richiederà tempo. Abbiamo già aspettato troppo: è arrivato il momento di darsi da fare". (Cap. X, pag. 335).
(Brani tratti da: La globalizzazione che funziona. J. Stiglitz; 2006 Einaudi, pp. 336).
Quelle frasi scritte sopra non sono state scritte da Caruso, Casarini, Bertinotti, Agnoletto o altri con tutto il rispetto per queste persone, ma da un illustre cittadino americano di nome Joseph Stiglitz nel suo libro "La globalizzazione che funziona", edito da Einaudi nel 2006.
Sono frasi scritte nell'ultimo capitolo di sintesi che, lette prima dei nove capitoli precedenti, appaiono delle sparate non credibili.
Ma, dopo aver letto i nove capitoli, al decimo queste frasi mi hanno convinto perchè rappresentano la naturale sintesi di quanto detto nelle analisi fatte nei primi nove.
Ed è drammatico.
E' un libro che apre la mente e allarga gli orizzonti, ma purtroppo fa vedere la realtà delle cose, una realtà che spesso ideologicamente noi ricchi occidentali rifiutiamo per calcolo di convenienza o solo perchè le dice qualcuno che non ci è simpatico.
Ho impiegato un po' di tempo per leggere questo libro perchè pur entrando nei dettagli parla di macroeconomia, una materia non facile per me, ma sono riuscito a leggerlo bene fino in fondo perchè scritto in modo molto chiaro anche per i non specialisti.
Non avrei mai pensato di trovarci dentro la descrizione di tante porcate sistematicamente praticate nell'arco di un secolo proprio da quei paesi occidentali che appaiono al mondo da sempre come i massimi garanti della giustizia e della libertà, in particolare gli Stati Uniti d'America.
Non avrei mai immaginato che alla fine della lettura di questo libro sarebbe emersa una realtà forse poco nota all'uomo della strada nei dettagli ma che di fatto ha sempre regolato in tutto il mondo i rapporti economici fra gli Stati: il libero mercato non esiste da nessuna parte ma vince il più forte, il più furbo, il più svelto, chi ha più avvocati e negoziatori. La regola del "Trickle-down" secondo cui il libero mercato lasciato a se riequilibra le situazioni provocando una ricaduta benefica, benché di misura minore anche sugli ultimi, è una palla interstellare.
Mi è parso doveroso tentare di "raccontare" questo libro, per far conoscere la drammaticità della situazione, perchè la conoscenza di questi complessi meccanismi internazionali, che sembrano tanto lontani da noi ma che in realtà condizionano pesantemente la nostra vita e le nostra scelte quotidiane, ci può aiutare a cambiare il mondo con più determinazione e convinzione.
E' un libro che lascia un segno.
Cercherò prossimamente, capitolo per capitolo, di focalizzare in breve le cose essenziali dette da Stiglitz per farle conoscere e per discuterne insieme.
Se uniti si vince un altro mondo è possibile.
Giuseppe Poliani
Joseph Stiglitz, vincitore nel 2001 del premio Nobel per l'Economia, è nato nel 1943 nell'Indiana. Professore di Economia e Finanza presso la Columbia University, è stato consigliere di Bill Clinton durante il primo mandato e, dal 1997 al 2000, senior vice president e chief economist della Banca Mondiale. Tra le sue opere pubblicate in Italia: Economia del settore pubblico (Hoepli, 1989); Il ruolo economico dello stato (Il Mulino, 1992); Principi di microeconomia (Bollati Boringhieri, 1999); In un mondo imperfetto (Donzelli 2001).
Einaudi ha pubblicato, in contemporanea con le edizioni americane, i suoi libri più recenti: La globalizzazione ed i suoi oppositori (2002) e I ruggenti anni Novanta (2004).
28 settembre 2007
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