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Fabrizio e Nicola Valsecchi, i “gemelli scrittori”
Due libri, un “caso” letterario
di Mauro Reali



 La chiromante
 
Una massima in voga nella tarda grecità affermava che solo un uomo che ha scritto un libro può dirsi davvero felice. Non conosco di persona Fabrizio e Nicola Valsecchi, “gemelli scrittori” di Cernobbio, ma se quella massima fosse vera la loro condizione dovrebbe davvero essere invidiabile; pur essendo infatti molto giovani hanno già due libri alle spalle: si tratta di La Chiromante. Una profezia (2002), e di B. e gli uomini senz'ombra (2004), entrambi pubblicati dall'Editore Mamma. Si tratta di romanzi brevi (o racconti lunghi?… i generi letterari non sono sempre facili da definire!) che hanno suscitato l'attenzione vivace della critica, dal momento che ne hanno già scritto e detto in molti (in TV o sulla stampa): da Giulio Andreotti ai giornalisti Gad Lerner, Paolo Mieli, Michele Santoro… Come mai – ci si potrebbe chiedere – l'opera di due giovani ha mosso tanti “mostri sacri”? “Perché sono bravi”, potrebbe obiettare qualcuno: e si tratta di un'affermazione condivisibile (poi spiegherò perché…), ma insufficiente. Credo infatti che la qualità di un libro la si scopra leggendolo, ma prima bisogna avere – nel maremagnum delle offerte – la voglia di “sceglierlo”: e senz'altro la curiosità di vedere come risulti un'opera scritta a “quattro mani”, senza suddivisioni di parti ma con una spontanea (del tutto “gemellare”) simbiosi degli autori è stata la molla che ha spinto molti a leggere i libri dei Valsecchi! Curiosità legittima – aggiungo io – perché si tratta di qualcosa di non certo consueto, almeno nella letteratura nostrana; e senz'altro i due giovani “gemelli” (potenza del web e del suo utilizzo…) hanno saputo anche “pubblicizzare” il fatto con abilità, ed anche questo è un loro merito… Ma veniamo ai libri. Dirò subito che in entrambi aleggia una dimensione misteriosa, dalla quale il lettore resta affascinato e che fa subito intuire come la narrazione debba essere vista in chiave allegorica. Cos'è il Luna Park – ossimorica fusione di tristezza e spensieratezza - dove la chiromante emette a tanti singoli i suoi sinistri presagi? E cosa significa, come accade nel secondo romanzo, che gli uomini (tranne una singolare eccezione) perdono la propria ombra? Difficile dirlo, e forse ciascuno potrà rispondere diversamente a questi quesiti. Traluce infatti dalla scarna prosa dei Valsecchi un qualcosa di ineffabile, un'inquietudine della quale i fatti narrati sono una sorta di “correlativo oggettivo”; e non mi sembra il caso, data la particolarità di questi romanzi, di aggiungere altro. Aggiungo però che attendo questi autori alle prese con un libro più corposo, più lungo, con una superiore dimensione narrativa; mi piacerebbe infatti vedere se anche così “tiene” la scrittura “a quattro mani”, e parimenti capire se – in una maturazione (anagrafica e letteraria) dei due - alcune delle immagini evocate e suggerite nei primi romanzi possano assumere una fisionomia più decisa. In alcune delle loro interviste, tra l'altro, ho letto che vorrebbero scrivere qualcosa ambientato sul Lario; lo facciano, e non temano il confronto con gli autorevoli predecessori, poiché i giovani un po' incoscienti lo devono pure essere… Tra l'altro, la loro Cernobbio, è sull'altro ramo, rispetto a “quel ramo del Lago di Como”, no?

Mauro Reali


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  28 gennaio 2007