
Di viole e liquirizia
Le Langhe tra passato e presente nell'ultimo libro di Nico Orengo
di Mauro Reali
Nei mesi autunnali recarsi durante il week-end nelle Langhe, a farsi una mangiata di funghi o comprare qualche bottiglia può essere un problema; e non parlo della nebbia (che pure c'è), bensì del traffico automobilistico che veicola là truppe di voraci lombardi (come chi scrive, per intenderci), tanto più se ad Alba o in qualche centro minore c'è in corso qualche sagra o sagretta (fungo, tartufo, castagna, formaggio, vino ecc
). Tempi strani, i nostri: il passato violato e misconosciuto nei valori è recuperato fittiziamente attraverso prodotti tipici, vino, agriturismo ecc..., che saranno sì cultura, ma sono soprattutto business. Nico Orengo ambienta proprio in queste Langhe in bilico tra passato e presente il suo ultimo, delicato, romanzo Di viole e liquirizia, Einaudi, 2005 (euro 15,50), il cui protagonista è Daniel Lorenzi, un famoso sommelier francese giunto ad Alba per motivi professionali. Qui, però trova insieme con un moderno pubblico di entusiasti fan del vino anche un complesso reticolato di relazioni umane, che è fatto di valori e mentalità davvero antichi. Un fratello e una sorella morbosamente legati, soprattutto quando lei l'Amalia si innamora (ma sarà poi così?) di Daniel; la proprietà di una cascina detta La Ginotta terra di Barbaresco contesa nei modi più strani; un tassista-filosofo di nome Luciano che beve solo birra e smitizza le presunte meraviglie della sua terra («Qui non sai cosa fare, se non mangiare o ubriacarti, se te lo puoi permettere»); uno strano scrittore (alter ego di Orengo?) che appare e scompare
Insomma, un mondo atavico, un po' misterioso (che in qualche tratto ricorda quello dei romanzi di Cesare Pavese) nel quale Daniel padre ritrovato di una ragazza problematica si muove da un lato con la naturalezza di chi sente vicine le proprie origini (la sua famiglia era originaria del confine italo-francese
), dall'altro con la goffaggine di un parigino in campagna.
Posso dire molto semplicemente che il libro è avvincente e bellissimo. Orengo, infatti, sa fare interagire magistralmente tra loro i suoi personaggi; ma forse ancor meglio sa dare alle loro vicende umane un'ambientazione perfetta, fatta di colori, odori, sapori, rapide descrizioni di ambienti di una realtà (quella del Piemonte e del Ponente Ligure) che egli ha respirato e respira da sempre. Sarà banale, ma dopo avere letto il romanzo mi è venuta perfino voglia di godermi l'atmosfera di un albergo come il Savona, dove il nostro sommelier alloggia; forse un po' squallido, fuori moda (già un nome così, dove lo trovi più!), ma lindo e confortevole, con un ristorante che mi immagino odorare di brasato e poco dopo lasciare il passo al gioco di carte. Un luogo lontano dagli agriturismo modaioli (per carità, dove ti trattano più che bene
) e forse un po' malinconico; eppure se dovessi scegliere lo preferirei mille volte alla raffinata enoteca Tastevin dove Daniel intrattiene il pubblico sugli aromi dei vini (tra i quali c'e ovviamente - quello che sa di viole e liquirizia). Grazie davvero, Nico Orengo, per averci ricordato che luoghi così grazie a Dio esistono ancora.
Mauro Reali
20 novembre 2005
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