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Vita, morte, “miracoli” dei più grandi poeti della storia
Recensione a Sebastiano Vassalli, Amore lontano
di Mauro Reali


Amore lontano
 
I poeti sono da sempre oggetto – da parte di noi lettori – di quello che solo in parte è un equivoco, un fraintendimento e invece è forse il vero “mistero” della poesia: cioè la confusione, la sovrapposizione, tra ciò che emerge dalla poesie (nomi, luoghi, affetti, passioni…) e le vicende biografiche e umane dei loro autori. Un libro di recente pubblicazione, opera di Sebastiano Vassalli, (S. Vassalli, Amore lontano, Einaudi, Torino, 2005; prezzo euro 16,50) tenta l'impossibile mediazione tra poesia e realtà, tra creazione letteraria e biografia e ricostruisce pertanto le “vite” di alcuni tra i maggiori autori di ogni tempo, affidandosi sia ai loro componimenti, che ad altre fonti (più o meno leggendarie); l'esito dell'operazione è gradevolissimo, in certi momenti entusiasmante, ed è tale – a mio avviso – perché Vassalli (che è romanziere di vaglia), rinuncia a fare il critico e si “lascia andare”, alternando il rigore documentario ad un'autentica verve narrativa.
I nomi dei poeti sono – per lo più – noti a tutti, per (più o meno lontane…) frequentazioni scolastiche, con qualche importante eccezione; questi sono Omero, padre dell'epica; Qohélet, saggio esponente della cultura ebraica antica; Virgilio, autore dell'Eneide (già protagonista del “vassalliano” Un infinito numero); Jaufré Rudel, poeta provenzale d'amore; Giacomo Leopardi, sul quale nulla dico; ad essi si aggiungono due “poeti maledetti” francesi d'epoca diversa, e cioè François Villon e Arthur Rimbaud.
Il libro è diviso in singole sezioni, ciascuna dedicata ad un autore diverso, alle quali fa seguito qualche (davvero bella) pagina conclusiva; si legge volentieri, con un forte coinvolgimento emotivo, ma anche con un altrettanto piacevole coinvolgimento culturale, perché ricco di notizie rare, curiose, spesso ignorate (anche legittimamente) dalla critica “ufficiale”.
A questo proposito menziono solo due “storie” che a mio avviso – insieme con quella di Virgilio – sono le più riuscite: quella di Jaufré Rudel e quella di Giacomo Leopardi.
Per quanto concerne Rudel, però, non voglio anticipare nulla della bellissima vicenda che lo riguarda Il cavaliere e la contessa di Tripoli; voglio solo citare qualche suo verso che ben ne delinea la poetica dell' “amore lontano” (che dà pure titolo al libro di Vassalli) : Nessuno deve stupirsi se / l'amore mio non si vedrà / perché nel cuore felicità / mi dà colei che mai fu con me… Credo infatti che nulla può esserci di più lontano (appunto…) dalla nostra “civiltà dell'apparenza” di questo amore “senza” l'apparenza, la presenza, dell'amata, eppure tanto profondo che sconvolge, tanto totale da dedicarci e perderci la vita; chi non conosce Rudel avrà dunque una straordinaria sorpresa: e – lo devo confessare – questa sorpresa l'ha avuta anche chi scrive, per il quale Rudel era solo poco più che un nome nel vasto panorama della cultura letteraria medievale.
E che dire del Leopardi del “periodo napoletano”, successivo al 1833? È sempre lui, il grande pensatore, che “sbugiarda” lo stolido ottimismo della sua generazione; eppure l'amicizia fraterna di Antonio Ranieri (uno dei pochi che sopportava le bizze e i mille malanni del grande poeta), le scorpacciate di dolci e gelati fatte a Napoli sembrano umanizzarlo, anche perché – lontano dal clima (meteorologico, ma soprattutto culturale e familiare) di Recanati – il poeta sembra riacquistare la salute. Si tratta di un impressione, perché il suo fisico era troppo logorato; ma anche prima di morire, proprio a Napoli nel 1837 (durante l'epidemia di colera), egli pretenderà doppia razione di granita, forse l'ultima delle “illusioni” rimaste al grande poeta.
Morire, dunque, quando ci si comincia ad appassionare alla vita: questo è il destino di Leopardi; destino infelice, ma condiviso – in forme diverse - da molti altri poeti: non stupisce pertanto che Vassalli narri soprattutto il dolore e la morte di queste tormentate esistenze. Ma il suo non è un libro “triste”, poiché la natura “divina” della poesia (e forse anche dei poeti stessi…) compie il “miracolo”, illuminando – oltre che la vita dei loro autori – anche la pagine più nere di questo volume.

Mauro Reali


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  10 settembre 2005