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Un nuovo libro sulla “Corona Ferrea”
Il celebre reperto monzese è d'origine costantiniana?
di Mauro Reali


La “Corona ferrea” di Monza è uno di quegli oggetti o luoghi che hanno perduto la loro originaria caratterizzazione, per assumere valenze – vere o fantasiose – di assai più ampio, universale direi, respiro. Nessuno, ad esempio, vuole sapere a chi appartenessero davvero la “Casa di Giulietta” a Verona o il “Castello dell'Innominato” sul Lario: appartengono di diritto a due personaggi letterari, e ciò sembra a tutti “normale”.

La Corona Ferrea
 
Il recente libro di Valeriana Maspero, La corona ferrea. La storia del più antico e celebre simbolo del potere in Europa, Vittone Editore, Monza 2003 (15 euro) ha il merito di ricordare a tutti che il cimelio monzese non è solo una reliquia devozionale, oppure un simbolo senza tempo (prima del potere imperiale, oggi della nostra città), un “mito” insomma, ma è stato (ed è tutt'ora) un oggetto con una sua “fisicità” storico-archeologica.
La tesi proposta dall'autrice – con rigore ma anche con bel piglio divulgativo – è che l'origine della corona sia di età costantiniana (IV sec. d.C.) quando questa costituiva ornamento all'elmo dell'imperatore, alla cui costruzione aveva concorso la fusione di uno dei chiodi della Croce di Cristo: in una pietra del diadema, inoltre, era inglobato un frammento del patibulum trovato a Gerusalemme dalla di lui madre Sant'Elena. I successivi interventi di modificazione dell'oggetto furono in età goto-teodoriciana (V-VI sec. d.C.) e in epoca carolingia (VIII-IX sec. d.C.) quando divenne la corona del Sacro Romano Impero. Ma molti altri prima d'allora l'avevano indossata (tra essi la regina longobarda Toedolinda) e la indosseranno in seguito, come Carlo V, gli Asburgo, il grande Napoleone: di tutta la storia della corona, in realtà, la Maspero fornisce ampi e documentati dettagli. È un volume, credo, che ogni monzese dovrebbe acquistare!

Quanto alla tesi originaria (quella sull'origine costantiniana) né la posso condividere né confutare, primo perché non sarebbe questa la sede per una qualsiasi querelle, secondo perché mi mancherebbero gli strumenti scientifici per farlo. Dico solo, da storico, che lo spunto è molto interessante; da “monzese d'adozione”, invece, il libro mi porta ancora una volta a riflettere sulla effettiva scarsa visibilità e – in parte – scarsa possibilità di attrazione di “turismo culturale” che ha l'attuale sede della Corona. Certo è difficile fare coincidere le “esigenze diverse” di un oggetto che è, come abbiamo visto, gioiello di inestimabile valore, documento storico senza pari, reliquia degna di venerazione: dov'è oggi, però, chiusa a chiave in Duomo, mi sembra sottratta sia ai curiosi, che agli storici, che ai devoti…
Si tratta di riflessioni ad alta voce, perché una soluzione al problema io non ce l'ho. Ma l'idea che la nostra città - Corona a parte – valorizzi un po' poco i suoi “tesori” non ma la toglie nessuno dalla testa: è però vero che molte sono le notizie “nell'aria” e che da qualche anno il vento sembra cambiato. Fare di più, comunque, si può, anzi si deve: è un dovere di chi amministra trovare i modi e i mezzi per agire, ed è un dovere di chi scrive – anche da queste colonne - continuare a fare da pungolo costruttivo in tal senso.

Mauro Reali


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  14 febbraio 2004