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Nico Orengo, La curva del Latte
Storia e cronaca di un'Italia che non c'è più
(Einaudi 2002 - pp. 213 - 14 euro)
di Mauro Reali


La curva del latte

C'era un tempo in Italia – lontano ma non lontanissimo – quando nei piccoli paesi e nelle città di provincia dalle Alpi a Lilibeo, la gente si distingueva grosso modo tra quella che andava a messa e votava D.C. e quella che si riuniva nei circoli socialcomunisti a discutere di calcio e rivoluzione; salvo poi – nelle grandi occasioni (matrimoni, battesimi, sagre patronali…) e alle feste comandate – sciogliere quasi (e sottolineo quasi…) tutte le differenze davanti a un buon bicchiere di vino o a una gustosa pietanza. Per me, da bambino, la data simbolo di questa situazione era il 25 aprile, data di tradizionali cortei ma anche giorno “classico” per le prime comunioni: prima tutti (o quasi) al comizio, poi (tutti davvero) al ristorante! Questa è l'Italia dell'ultimo romanzo di Nico Orengo, ambientato – come al solito, per lui – nell'entroterra ligure di Ponente ai confini con la Francia, nell'anno 1957. E come l'Italia tutta di quegli anni anche il nostro paesino ligure era in bilico tra tradizione e modernità, e proprio i suoi abitanti costituiscono il “coro” (troppo irriguardoso verso il grande Verga il riferimento ai Malvoglia?) di una vicenda collettiva (o di tante vicende individuali…) che non svelo nei dettagli, per non togliere a nessuno il gusto della lettura. Ma una cosa, su tutte, merita una riflessione: la testardaggine con la quale una piccola “cellula” del locale P.C.I. – ex partigiani, ormai coltivatori di fiori, pescatori, contadini…- vuole avere tutto quanto “sotto controllo”. Il leader del gruppetto – di nome Libero – si angoscia se una ragazza-madre partorisce senza rivelare il nome del padre del bambino, se i negozi cambiano destinazione d'uso senza che egli ne abbia avuto preventivo sentore, se i cinghiali – o altre mostruosità…- assalgono persone o distruggono campagne, se - addirittura – il parroco è troppo tiepido nel ricercare una statua scomparsa della Madonna; si dispera addirittura perché il principe Ranieri – sovrano del vicinissimo Principato di Monaco – sposa l'americana Grace Kelly: un vero pericolo, in clima di Guerra Fredda. Teme che il Partito possa accusarlo di non avere il “polso” della situazione, di non sapere essere l'avanguardia di una Rivoluzione che prima o poi arriverà; lui sa che arriverà davvero, e per questo protegge con cura casse d'armi nascoste sottoterra, pronte alla bisogna; lui sa che arriverà davvero – con l'auspicio dell'U.R.S.S. – e per questo quando Mosca lancia in orbita lo Sputnik, compra coi suoi compagni tutti i quotidiani per distribuirli con orgoglio ai suoi paesani, democristiani compresi. Libero e i suoi non hanno ancora capito – ma cominciano ad accorgersene – che la modernità, la circolazione di persone, la nascente televisione, rendono anacronistico (ai nostri occhi quasi ridicolo) il loro tentativo (guidato da misteriosi funzionari del P.C.I.) di un controllo globale del territorio; quel territorio lussureggiante che comincia invece a cadere vittima della speculazione edilizia. La loro fede cieca negli ideali comunisti – certo più forte della timida fede del parroco Don Lercari, una specie di Don Abbondio…- li rende però a modo loro instancabili protagonisti della vita civile e sociale di quell'Italia; e quanto fossero – a torto? a ragione? aggiungo io – temuti, lo dimostrano le varie Gladio che andavano costituendosi. Ma non fraintendetemi; non sogno certo il ritorno a quei tempi, a quelle rigide contrapposizioni ideologiche, a quel Partito-Chiesa che espelleva gli oppositori; proprio io, che nel 1957 non ero ancora nato. Non vi è dubbio però che conoscere il territorio, chi ci abita, e – in qualche misura – farsi un po' “gli affari degli altri” – è un'attività che la sinistra di oggi ha ormai troppo abbandonato; se invece di imbambolarsi davanti ai sondaggi, o discutere sulla leadership dell'Ulivo D'Alema, Fassino, Rutelli… sentissero di più la voce della “casalinga di Voghera” o – tanto per variare, restando però nella “Bassa”lombarda – “dell'operaio di Lodi”, non sarebbe un po' meglio? Il P.C.I. di allora aveva mille (che dico, diecimila…) pecche; ma tramite i “Libero” di turno sapeva cosa la gente comune volesse e pensasse. Temo davvero che oggi al giaccone da caccia di Libero si sia sostituito il blazer di Folena…
Ma torniamo al libro di Orengo, perché questo non è un comizio, è un recensione. Null'altro da dire, è molto ben riuscito: ma io – già l'ho detto altre volte – non sono imparziale; come i nostri protagonisti dicevano che il Partito aveva sempre ragione, per me i libri di Orengo sono tutti belli!

Mauro Reali

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  13 febbraio 2002