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Il Nespolo
di Anna Del Viscovo


Il Nespolo

Le foglie del nespolo sono strette, come i fogli de Il Nespolo, l'ultimo lavoro di Luigi Pintor. Strette quasi quanto larga è la via, o meglio, la vita di questo vecchio uomo del Novecento, raccontata in maniera apodittica ed epigrammatica.
Il suo è un nespolo diverso da quello che nella nostra memoria hanno fissato le pagine verghiane: una pianta resistente, incapace di ombreggiare, ma contorta, innervata, come le mani dei vecchi che raccontano storie e suscitano ricordi.
Sarà la saggezza dell'età, ma dalle dense pagine di questo libro nulla emerge dello spirito impegnato del giornalista della sinistra, di quella che c'era, quando ancora questa parola non designava una forzata e scialba alternativa, ma la diversità associata alla critica (e forse proprio per questo incompatibile con il potere).
Non amarezza né rimpianti, ma solo lucide considerazioni su se stesso, sulla propria storia, popolata di fantasmi e di assenze, e sulla Storia, quella Storia che, secondo Pintor, si potrebbe leggere come un tentativo degli uomini di uscire dalla loro condizione di infelicità, ricorrendo ad ogni sorta di rimedi esteriori e interiori, proiettandosi fuori di sé, fuori della propria specie.
Ma la sopravvivenza della storia, quella che si studia per interpretare e capire, resta inesorabilmente legata al rapporto con il potere: con il totalitarismo o la democrazia; il primo paragonabile ad una gabbia dalle sbarre fitte, la seconda ad un recinto arioso, dove puoi passeggiare come cammelli e giraffe senza accorgerti che anch'essa è una forma di privazione della libertà, molto intelligente, al punto che chi la subisce manco se ne accorge.
Tuttavia, le pagine più intense del libro sono quelle in cui la storia personale dello scrittore, segnata dalla perdita di tutti i suoi affetti, si intreccia con le vicende politiche e con le riflessioni sul secolo trascorso, sulle sue rivoluzioni che, come la notte di San Bartolomeo per Voltaire, diventano tristi ragioni per accendere una candela in memoria delle morti, delle sofferenze, delle ferite (quelle che il tempo, nemico implacabile e feroce aguzzino, manda in cancrena invece di guarire).
Nella saggezza del vecchio Giano, protagonista solitario, sopravvissuto al suo dolore, ai vuoti che la morte ha lasciato dietro di sé e che la vita continua ad alimentare, non c'è ombra di tracotanza; l'esperienza, di qualsiasi natura essa sia, resta un bene personale, una proprietà rigorosamente privata, che non ha mercato, soprattutto in un mondo che più nessuno vuole migliorare, ma soltanto arricchire, pensando che sia la stessa cosa.

Anna Del Viscovo


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28 aprile 2001