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Della vita di Alfredo
Umberto De Pace

presepio

Buenos Aires, 15 agosto 2008, inverno. Luogo e data in calce al libro “Della vita di Alfredo” ci ricordano che è da un continente lontano che Paola Cereda ci restituisce un pezzo della sua storia, un pezzo di Storia della Brianza. Ambientata nel suo paese natale – Veduggio con Colzano – molto probabilmente non poteva che essere raccontata da lontano con quel sufficiente distacco che permette una visione più serena e sincera di una realtà famigliare. La famigliarità dei luoghi, la vicinanza con le persone spesso è foriera di censure e mediazioni atte a sopire le parti più aspre e crude della storia che si vorrebbe raccontare. Paola Cereda non ha corso questo rischio fors'anche per quel rapporto di estraneità con la propria terra vissuto inizialmente – come lei stessa dichiara in una recente intervista – e ricucito nel tempo e da lontano grazie a tanti viaggi e a due anni vissuti in Sud America.
Il lettore si troverà di fronte un intreccio di storie di vita in cui la felicità si intreccia al dolore, la dolcezza all'amarezza, l'ironia all'austerità, in un affresco polifonico diretto, coinvolgente, umano, sentimentale, con note poetiche intarsiate nella chiusa dei capitoli. La scrittura fluida e scorrevole, i dialoghi susseguenti al testo spesso privi dei classici segni d'interpunzione, le voci che si sovrappongono pur sempre nitide nel loro intercalare, arricchite e rese ancor più vive dai ripetuti innesti dialettali, impreziosiscono quello che più che un lungo racconto a me pare un breve romanzo.
La lontananza porta con se, come quasi sempre accade, anche un po' di malinconia e un pizzico di tristezza, due elementi che legano fra loro le varie storie, correlate a drammi e tragedie famigliari, creando un continuum fra un capitolo e l'altro: la figlia della Tognetta pora dona, la Luisina che voleva restà a ca sua, l'Antonino che l'era venù a sta, il Divino pittore, la figlia della contessa e Martinetu di Bifen, Teresa e Mahmud, Juan quien sabe lo que pasò, la stessa voce narrante di Alfredo uregia. Malinconia e tristezza stemperate da passaggi spiritosi e spigliati infarciti di una femminile – diretta, spontanea, cristallina – quanto dissacrante ironia, forse coltivata parallelamente agli studi sull'umorismo ebraico oggetto della tesi che Paola Cereda preparò a compimento della sua laurea in Psicologia.
L'inverno argentino si mescola con l'estate italiana come la Brianza bigotta, sempre prona a laura', diffidente e chiusa in se stessa, dove capita a qualcuno di chiedersi se sia nato triste o sia la terra in cui vive ad essere triste, una terra “ … dove si canta poco, si esce poco, si spreca poco, si gode poco, si parla poco ma spesso si spettegola, si fa poco l'amore ma dipende dai giorni, si spende poco però per le cose utili si può anche spendere, dove nessuno ti vuole bene come la tua famiglia, dove prima l'era tuta culpa di teruni e adesso l'è tuta culpa di negher, dove il divorzio è peccato e il tradimento no, se nessuno lo vede.”, la Brianza dalla quale non emigra mai nessuno, si mescola con quell'altra, pur sempre Brianza, della superstizione, “dell'etica del lavoro e la dignità del far bene e del fare sempre”, spiazzata di fronte al nuovo che avanza ma pronta a rimettersi in gioco, costretta suo malgrado a dover digerire quei cambiamenti epocali che la rendono inesorabilmente parte dell'umanità intera. I drugaa e l'eroina, l'AIDS parola che nessuno nemmeno diceva, l'immigrazione dal sud del paese e poi quella dal sud del mondo, il divorzio, il femminismo, i cinesi, la sessualità repressa e quella non concessa, la società industriale e quella post-industriale. Il tutto in brevi capitoli che attraversano la Storia degli ultimi sessant'anni con ripetute incursioni nel tempo del nostri vecc e la presenza costante, oserei dire immancabile per terra di Brianza, dei Santi e dei preti: don Genisio, Sant'Agnese, don Michele, Sant'Agata, don Ciro, Sant'Antonio. E' attraverso lo sguardo e i pensieri di Alfredo che si sviluppa il racconto. Per tutti Alfredo uregia, il culattone, frocio o fru-fru che dir si voglia, che un po' per caso si trovò a lavorare il legno e quando il curato del paese gli chiese se sapeva fare un presepe non si tirò indietro. Nelle sue mani la sgorbia trasformava così i pezzi di cirmolo – il pregiato pino cembro – in tante statuine: San Giuseppe, la Madonna, il Bambin Gesù; ed ognuna di queste statuine prenderà le fattezze della gente del suo paese.
Alfredo, quando pubblicarono un articolo sul suo presepe e la gente passava alla bottega per complimentarsi con ul pa e la mam, si stupiva della reazione “ … quasi fosse un miracolo aver tirato fuori un po' di poesia da un posto al quale non era concessa altra grazia se non quella della fabbrica”. La poesia poca o tanta che sia non ha luoghi e confini, può essere ovunque, occorre però qualcuno che la sappia cogliere, con animo sensibile, sguardo attento, spirito libero, con sentimento. Paola Cereda, a mio modo di vedere, è riuscita a tirar fuori “un po' di poesia” dalla sua terra affondandole dentro le mani, nude “… mani contadine dei lombardi, mani grandi, con le vene spesse e le unghie larghe”.
Non a tutti potrà piacere lo stile diretto, alle volte crudo, dell'autrice che oggi non si sente più un'estranea nella sua terra ma “semplicemente una persona con un percorso di vita differente” e che rivendica la diversità come un valore ringraziando alla fine del suo libro “ tutti gli “Alfredo” che vivono” appunto “la diversità come un valore”; ma gli va dato atto di aver saputo raccontarci da lontano un pezzo della nostra storia e dei grandi e piccoli cambiamenti che l'hanno coinvolta e che molti di noi qui da vicino, per molto, troppo tempo, han fatto finta di non vedere, alcuni addirittura di negare.
Al posto della sgorbia che “ … entra, scava, gira, cava e fa col legno quello che una mam fa col suo bagai: forma e deforma” il suo strumento è stata la penna e frutto del suo lavoro non una statuina ma un libro che vale il piacere di leggere.

Umberto De Pace


Paola Cereda
Paola Cereda, laureata in psicologia con una tesi di laurea sull'umorismo ebraico, ha lavorato per diversi anni in ambito teatrale collaborando tra gli altri anche con Moni Ovadia. Si è specializzata in cooperazione internazionale e oggi si occupa di progetti culturali nel sociale. Con Della vita di Alfredo è stata finalista al Premio Calvino 2009 e vincitrice del premio Brianza alla quarta edizione del concorso “Storia e storie della Brianza” promosso dall'Associazione Mazziniana. Altri suoi libri: Quattro uomini liberi (2002), La terra e il fuoco. Storia di un'inquisizione (2004).

copertina
Della vita di Alfredo
Cereda, Paola
Bellavite, 2009, 144 pagine, € 9

A Monza al LIBRACCIO
on line  www.libraccio.it


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  18 dicembre 2011