
La passione di un Cristo in carne e ossa.
E soprattutto sangue
di Silvia Campanella
Anteprima di The Passion di Mel Gibson, ore 21.00, cinema Manzoni di Palazzolo Milanese. Organizzata dalla Cooperativa Controluce, dalle parrocchie padernesi (di cui Palazzolo fa parte) e presentata dal teologo don Francesco Braschi. Penso: Perché no? In fondo una presentazione 'colta' potrebbe essere l'occasione giusta per capire, per approfondire
.
Don Francesco presenta il film come la realtà del calvario, una rappresentazione fedele di una crocifissione dell'epoca. Insomma, nulla a che vedere con l'oleografia dei santini e degli affreschi delle nostre chiese, ma dolore fisico del condannato e crudeltà folle e compiaciuta del carnefice. Tuttavia, dice, il film mostra anche che il messaggio di Gesù è più forte del dolore, trionfa su di esso.
Ebbene no, non sono d'accordo. Mel Gibson, ispirato dai Vangeli ma anche dalla mistica tedesca Anna Caterina Emmerick, agostiniana di cui è in corso il processo di beatificazione, mette in scena 126 minuti di dolore. Punto.
Dolore straziante, dolore fisico, dolore che trasforma Gesù in una maschera di sangue tumefatta, quasi incapace di parlare, che si contorce dal dolore e sanguina, sanguina, sanguina. Un dolore che va oltre la capacità umana di sopportazione e che riporta alla mente le atroci storie dei desaparecidos argentini, dei campi di sterminio nazista, delle torture della Santa Inquisizione. Un dolore urlato su cui indugia, ricama e di cui sembra quasi compiacersi e che porta lo spettatore a reclamare pietà, pietà per il Figlio dell'uomo, Fratello dell'uomo, padre della nostra civiltà e della nostra cultura. Per tutti noi cresciuti in un paese cattolico, tra oratorio e catechismo e messa la domenica, Gesù è un'icona, ma anche una figura che sentiamo vicina. E vederla fatta a pezzi non può che disturbare.
E' andata veramente così? Probabilmente nessuno lo sa, ma non è difficile immaginare che flagellazione e crocifissione non siano state piacevoli scampagnate con amici mattacchioni. E non è difficile immaginare quanto dolore abbia dovuto sopportare il dio fattosi uomo, che come un uomo ha sofferto. Ma era proprio necessario farcelo vedere? Era necessario mostrare gli strumenti della tortura e i loro effetti devastanti? Era necessario far vedere tutta quella brutalità? Forse questo aumenta il valore dell'incarnazione? Io credo di no. Dio si è fatto carne per noi, per noi è morto e risorto. Che poi sia morto a brandelli o soltanto con una ferita al costato è così importante?
Ciò che conta non è il martirio in sé, ma il sacrificio. La violenza della carne esibita porta lo spettatore a invocare pietà per quel corpo martoriato. Giorni fa i giornali pubblicavano la foto del corpo carbonizzato di un occidentale trucidato a Falluja. Quella foto era inopportuna, violenta, offensiva per la sensibilità del lettore e soprattutto assolutamente irrispettosa nei confronti di questa persona e della sua famiglia. Ebbene, credo che un po' tutti noi ci sentiamo parenti di Gesù, offesi per la mancanza di rispetto nei confronti del corpo morente di una persona cara. Dopo la flagellazione, Claudia, moglie di Ponzio Pilato, porta a Maria e Maddalena un panno bianco di stoffa pregiata. E quello che pensi è che con quel panno vorresti coprire il corpo di Gesù, proteggerlo dagli sguardi indiscreti della folla (dei giudei cinematografici, ma soprattutto degli spettatori reali che ti stanno accanto) mettere fine alla crudeltà, dare sollievo alle sue ferite.
La forza dirompente del messaggio di Cristo non emerge più forte dal dolore, ma si perde, scompare nella sofferenza di un uomo.
Tanta crudeltà fa pensare a un passaggio della Buona Novella di De Andrè: Poterti smembrare coi denti e le mani / sapere i tuoi occhi bevuti dai cani / di morire in croce puoi essere grato / a un brav'uomo di nome Pilato. / Ben più della morte che oggi ti vuole / ti uccide il veleno di queste parole / le voci dei padri di quei neonati / da Erode per te trucidati. / Nel lugubre scherno degli abiti nuovi / misurano a gocce il dolore che provi / trent'anni hanno atteso col fegato in mano / i rantoli d'un ciarlatano. Odio allo stato puro, crudeltà che esplode, ma in questo caso rappresentata in tutta la sua drammaticità e con ben altra profondità e ispirazione attraverso la poesia, che descrive in maniera sconvolgente la brutalità, ma che poi lascia spazio all'amore che è il messaggio rivoluzionario del Cristo. (mi fermo qui perché se no mi faccio prendere e vi trascrivo tutto il disco!)
Tornando invece su un piano più cinematografico, gli ebrei sono effettivamente brutti e cattivi, ma non solo loro. I cattivi (praticamente tutti) sono brutti, sporchi, sdentati, volgari. I buoni (Gesù, Maria, Maddalena, un paio di apostoli e un paio di popolani) sono belli, puliti, perfino pettinati. Lungi da qualsiasi accusa di antisemitismo, si tratta semplicemente di una riduzione semplicistica, di una specie di favola che porta le caratterizzazioni all'estremo.
Il film è girato in latino ed aramaico, per fortuna con i sottotitoli, sembra imposti dalla Fox. Per verità storica? Passi per l'aramaico, che noi italiano non capiamo, ma il latino parlato con accento anglofono da Gesù è veramente troppo
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Comunque, se lo scopo di Mel Gibson era quello di fare soldi, c'è riuscito. Se lo scopo era quello di far parlare di sé, c'è riuscito. Se lo scopo era quello di scuotere le coscienze occidentali assopite e tiepide nei confronti dei temi religiosi, c'è riuscito. Se lo scopo era quello di produrre immagini che ti si imprimono nella retina e ci restano, nel bene e nel male, c'è riuscito. Onore al merito.
Silvia Campanella
8 aprile 2004