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RICORDI
In collegio
Dario Chiarino sul  libro "Giocavamo alla guerra" - Memorie di giovani monzesi


San Fedele


L'Italia era entrata in guerra e a Milano si avevano ripetuti allarmi per le incursioni aeree ed aumentavano le rovine e le morti fra i civili. Le discese notturne nella nostra cantina trasformata in rifugio erano divenute sempre più frequenti ed i rumori delle esplosioni erano accompagnati dalla caduta di polvere dal soffitto e dalle preghiere recitate a voce alta da qualche coinquilina (vedi "I bombardamenti aerei su Milano" e "La scuola di Gorla")
Incoraggiato da mio padre, conquistai l'ammissione alla scuola media dopo solo quattro anni di scuola elementare, essendomi preparato privatamente all'esame di ammissione.
Fui iscritto alla prima classe della scuola media presso il Liceo Ginnasio Panni che aveva già sede in prossimità di Via San Marco, in quello che allora era un moderno edificio proprio di fronte al Consolato tedesco. La relativa distanza da casa mi costringeva all'utilizzo del tram che costava, a quei tempi, venti centesimi.
Mi toccò un insegnante di lettere di origine polacca che aveva un legame di parentela con la famiglia di Giacomo Matteotti e che non manifestava simpatie né per il fascismo né, naturalmente, per i tedeschi che proprio in quegli anni avevano fatto scempio della Polonia e l'avevano spartita con i sovietici.
L'insegnante di educazione fisica era invece un uomo di ortodossa fede fascista che considerava i suoi allievi non tanto come dei ragazzi ai quali far fare ginnastica, quanto come un manipolo paramilitare da presentare compatto e sincronizzato nei movimenti, per il prestigio e l'onore del proprio insegnante, alle grandi manifestazioni del regime nei teatri e all'Arena civica.
I miei compagni di scuola erano per la massima parte provenienti da famiglie di censo elevato e dagli insegnanti si esigeva che gli allievi indossassero a scuola la giacca.
Nelle aiuole di Via San Marco era stato allestito un orto di guerra, perché le autorità avevano stabilito che ogni scuola ne possedesse uno, ma non ricordo alcuna prestazione di lavoro da parte mia o di miei compagni di classe che potesse compromettere il raccolto a beneficio di custodi, bidelli o quant'altri nella scuola o fuori, abbiano potuto fruire di quell'utilizzo di suolo pubblico.
Ho vivo il ricordo di una riunione generale degli allievi del Liceo Ginnasio Panni per ascoltare la parola di tale Borsani, cieco di guerra e medaglia d'oro al valore militare e del suo discorso rammento molto bene il tono appassionato della sua oratoria inneggiante alla grandezza dell'Italia fascista, di Mussolini, fondatore dell'Impero e in odio alla barbarie dei nemici della Patria. La manifestazione finì con l'oratore innalzato sulle braccia dei liceali maturandi e sballottato per una muscolare dimostrazione di entusiasmo forse poco gradita dal destinatario.
Nel frattempo i bollettini di guerra facevano menzione degli innumerevoli atti di valore dei nostri soldati e di frequenti, necessarie e opportune ritirate strategiche, mentre il razionamento annonario cresceva di pari passo con la borsa nera e crescevano gli edifici milanesi distrutti dai bombardamenti.
La Roma vinceva il suo primo campionato di calcio: io e mio padre eravamo assidui spettatori delle partite dell'Ambrosiana Inter che in quegli anni giocava all'Arena e che nel '40 aveva vinto il suo quinto scudetto con l'occhialuto Frossi a far l'ala destra. Nella tribuna d'onore, accanto ai gerarchi fascisti - che mio padre definiva "spettatori portoghesi" - sedevano gli Ustascia del dittatore croato Ante Pavelic.
L'aumento della frequenza, della rovinosità e delle vittime dei bombardamenti aerei a Milano spinsero mio padre a decidere per un allontanamento della sua famiglia dalla città e il trasferimento ad Asigliano Vercellese presso la foresteria di una riseria di cui mio padre era amministratore.
Asigliano Vercellese, un paese agricolo a circa dieci chilometri a sud del capoluogo, disponeva solo di scuole elementari e quindi i miei genitori decisero di trasformarmi in convittore del collegio Dal Pozzo di Vercelli, ritenendo di evitarmi in tal modo il disagio di un pendolarismo che avrebbe comportato, considerata la mia età di dodicenne, eccessive fatiche e noti pochi rischi.
L'ingresso in quel collegio rappresentò per il sottoscritto una condizione di sofferenza che non cessò per tutto il periodo in cui durò quel forzato internato e quando, un anno e mezzo dopo, la trasformazione del collegio in sede di un Comando militare germanico mi costrinse al quotidiano pendolarismo, con la supplementare responsabilità di accompagnare e di vegliare sul fratello minore, le fatiche e i disagi non cancellarono la felicità per la riconquistata libertà e per la gioia di ritornare ogni giorno nell'ambito della famiglia.
Entrai quindi come convittore interno nel collegio Dal Pozzo di Vercelli accompagnato dalla mamma e da un fattorino che recava due valigioni colmi di effetti personali tutti scrupolosamente muniti di un quadratino di stoffa bianco sul quale figurava il mio "numero distintivo".
Saliti i gradini e varcata la soglia di ingresso del severo palazzo secentesco che ospitava il Collegio fui investito da un profumo-odore di minestrone che aggiunse al senso di sgomento di cui ero pervaso una punta di nausea.
In collegio dormivo in un'enorme camerata insieme ad una quarantina di compagni e ad un istitutore che era separato da noi per mezzo di una cortina di tende. La sveglia era data dal suono squillante di una campanella cui facevano immediatamente seguito anche le esortazioni dell'istitutore.
Le abluzioni mattutine avvenivano lungo una fila di bianchi lavelli che erano fronteggiati dai boxes delle latrine. I tempi riservati per tutte le operazioni, che seguivano la sveglia e precedevano l'uscita dalla camerata, erano abbastanza ristretti e comunque tali da costringermi a modificare tempi e modi ai quali ero abituato a casa mia.
Lo spostamento dalla camerata al ciclopico stanzone del refettorio per la consumazione della colazione avveniva - come tutti gli spostamenti previsti dal quotidiano e immutabile programma di vita collegiale -inquadrati per due e marciando al passo scandito con marziale cipiglio da un caposquadra, scelto per la bisogna grazie alle sue doti vocali particolarmente sonore.
Per raggiungere il refettorio era necessario scendere per un paio di rampe di scale particolarmente ampie e percorrere un corridoio sul quale si aprivano le porte degli uffici del rettorato e delle stanze riservate ai docenti, al censore e al personale amministrativo.
Era in questo corridoio che si avvertiva il perenne odore-profumo di minestrone che mi aveva accolto sin dal primo momento del mio ingresso in collegio.
Il posto a tavola era assegnato d'autorità e ciascun convittore poteva utilizzare un armadietto dispensa nel quale riporre generi commestibili personali di provenienza casalinga.
Quando tutti i convittori avevano raggiunto i loro posti, il censore o chi per lui dava inizio alla recitazione di una preghiera, recitazione alla quale si univano in coro tutti i presenti. La prima volta che mi trovai in quel concerto rimasi molto imbarazzato perché ignoravo le parole di quella preghiera e perché non riuscivo a coglierne l'esatto significato in quell'affrettato collettivo biascicare, ma in breve scomparve l'imbarazzo, cessò il mio sforzo per cercare di afferrare il significato di quelle parole e rimase solo il contributo del mio rispettoso silenzio.
Dopo la colazione mattutina, si marciava al passo sino al grande corridoio prospiciente le aule scolastiche e si faceva una breve pausa che era ricreativa per chi riusciva in quella situazione a ricrearsi e che, per chi non vi riusciva, diventava l'occasione per scambiare qualche chiacchiera prima delle lezioni.
Le lezioni erano tenute da insegnanti che venivano dall'esterno. Il professore di lettere era di età molto avanzata, aveva un occhio chiuso e per questo veniva soprannominato Polifemo.
I banchi erano dei grossi cassoni di legno lucidato con quattro gambe e con un piano inclinato che poteva essere ribaltato consentendo di accedere all'interno, dove erano riposti i libri, quant'altro era necessario per scrivere e disegnare e tutto quanto poteva occorrere nell'arco della giornata.
Al termine delle ore di lezione si consumava il pranzo, dopo di che si ritornava nell'aula dove il pomeriggio trascorreva quasi interamente dedicato allo studio e alla lettura, rotto da una parentesi dedicata alla ricreazione che nella buona stagione si svolgeva nel polveroso cortile ma che più spesso si passava nel solito corridoio. Per me erano ore di noia e di tristezza se pensavo alla vita in famiglia che ero abituato a condurre a Milano prima dello sfollamento.
La guerra si metteva male per le "forze dell'Asse" e sempre più spesso ci accadeva di sentire il rumore degli aerei che andavano a bombardare Milano e nelle serate limpide si vedevano all'orizzonte i bagliori rossastri delle esplosioni e degli incendi. Mio padre era là e mia madre in quei momenti si appartava per nascondere le sue lacrime di ansia.
Nel luglio del '43, durante le vacanze estive, la politica cominciò ad affacciarsi alla finestra della mia ragione, che era quella di un ex balilla di dodici anni con il beneficio di essere il figlio di un antifascista. Appresi dalla radio che il Duce - divenuto improvvisamente il cavalier Benito Mussolini - aveva avuto il ben servito dal re e vidi alcuni dei suoi adoratori del giorno prima togliere e distruggere i suoi ritratti appesi nelle aule scolastiche e udii mio padre esclamare "Era ora!".
A settembre, in attesa della riapertura della scuola, fui accompagnato a Samarate per trascorrere alcuni giorni in casa delle zie materne e del cuginetto Giuseppe detto Peppino. Il 21 settembre, mentre stavamo giocando tra i campi che si estendevano oltre il frutteto, udimmo un grande rombare di motori accompagnato da un altrettanto grande sferragliare e vedemmo le zie accorrere accompagnando con ampi gesti delle braccia allarmanti richiami.
Le truppe corazzate tedesche avevano occupato il vicino aeroporto e stavano impadronendosi di tutti gli obiettivi strategici del luogo e si seppe che il Duce era ridiventato tale perché liberato con un colpo di mano dalla segregazione dove era stato confinato.
Il ritorno ad Asigliano fu immediato e durante il viaggio ebbi l'impressione netta che la guerra vista nei documentari cinematografici e sui rotocalchi e raccontata sommariamente dai bollettini di guerra fosse arrivata anche da noi.
Nacque la Repubblica Sociale Italiana o repubblica di Salò e cominciarono ad organizzarsi le prime formazioni di partigiani, particolarmente numerose e attive a nord di Vercelli e di Novara, nel biellese in Valsesia e nell'ossolano.
Iniziarono i rastrellamenti e furono stabiliti posti di blocco permanenti e occasionali su tutto il territorio: anche all'interno del collegio avvenivano perquisizioni da parte di militi delle Brigate Nere e di SS per sorprendere eventuali presenze di partigiani o di semplici renitenti alla leva: anche qualche collegiale fra i più anziani fu arrestato come sospetto e tradotto in caserma per accertamenti.
Si ebbero le prime notizie di fucilazioni e di rappresaglie sulla popolazione e anche fra noi ragazzi cominciò a riprodursi la divisione tra fascisti e antifascisti che doveva alimentare la guerra civile in tutta l'Italia occupata dai tedeschi.
Le nostre scolaresche erano costrette a partecipare ai funerali delle vittime della guerra partigiana e ricordo ancora la sfilata di decine di bare, sistemate in qualche modo su autocarri, preceduti e seguiti da uomini in camicia nera che cantavano e minacciavano vendette.
Alla fine dell'anno scolastico, nell'estate del 1944, la sede del collegio fu requisita per ospitare il Comando germanico e l'attività scolastica fu ospitata dallo "Istituto d'incoraggiamento arti e mestieri" che era situato proprio di fronte all'edificio del collegio.
Io con mio fratello, che frequentava la prima media, fui costretto a quel pendolarismo che i miei genitori vollero risparmiarmi con la sistemazione in collegio e fu un pendolarismo molto più rischioso di quanto potesse essere due anni prima.
Anzi tutto vi erano i mitragliamenti di tutto quanto si muoveva sulle strade da parte di quei caccia bombardieri ai quali la gente aveva affibbiato l'appellativo di "Pippo": a non appena si avvertiva un rumore che assomigliava a quello di un aereo ci affrettavamo a scendere dalla bicicletta e a nasconderci in qualche modo sotto gli alberi o dietro i muretti che trovavamo lungo la strada.
Ricordo ancora il cratere ricolmo d'acqua creato da una bomba, che aveva come obiettivo un convoglio di automezzi militari ed era esplosa in una risaia ai margini della strada che percorrevamo quotidianamente.
La guerra tra partigiani e fascisti mieteva le sue vittime e, analogamente a quanto avveniva per i ragazzi degli orfanotrofi, anche le intere scolaresche erano costrette a far ala al passaggio dei cortei funebri dei brigatisti neri.
E non era raro avvertire degli spari specie in prossimità del posto di blocco che controllava l'accesso a Vercelli lungo il nostro percorso in prossimità del cimitero. Era contro il muro del cimitero, dietro il posto di blocco, che avvenivano le fucilazioni e a noi ragazzi capitò un paio di volte di essere costretti ad attendere che terminasse il macabro rito prima di proseguire la nostra strada verso la scuola.
La fermata al posto di blocco era obbligatoria anche per noi e quasi sempre era seguita da una perquisizione che riguardava soprattutto le nostre borse dove, insieme a libri e quaderni, avevamo il cibo destinato alla nostra colazione meridiana. Ci accadde più di una volta di essere privati di parte o di tutto il cibo e di dover stringere la cinghia per tutta la giornata.
La strada che da Asigliano raggiungeva Vercelli non era asfaltata e, dopo qualche giorno di pioggia, si trasformava in una pista di fango da cui noi e le biciclette uscivamo completamente imbrattati, tanto da doverci lavare e cambiare dalla testa ai piedi e da dover sottoporre le biciclette al getto di un idrante. Le aule scolastiche in cui si tenevano le lezioni non avevano riscaldamento centrale per cui si tenevano le lezioni facendo cerchio attorno ad una stufetta di ghisa alimentata a legna e, nella pausa meridiana, quelli che come noi venivano dalla campagna consumavano il loro magro pasto attorno alla stessa stufa. Nel tardo pomeriggio si ritornava a casa, spesso con i fanali accesi, con molto appetito e con molta stanchezza e qualche volta accadeva di addomentarci sui quaderni durante lo svolgimento dei compiti. Oggi, riandando con la memoria a quelle situazioni e raffrontandole con quelle vissute dai miei figli, penso che fortunatamente sono state risparmiate loro molte brutture e sofferenze, ma sicuramente mancherà loro un'insostituibile e utilissima esperienza di vita.
Mio padre aveva continuato il suo lavoro a Milano e veniva ad Asigliano solo per trascorrervi i fine-settimana: i suoi racconti sulle distruzioni provocate dai bombardamenti e sui disagi e i rischi dei suoi trasferimenti avevano il sapore e il colore di una moderna odissea.
Ricordo che la mancanza di acqua nell'appartamento milanese semivuoto e sinistrato dove egli viveva, lo costrinse ad attingere nella vaschetta di uno sciacquone il liquido necessario per mandare giù una compressa di aspirina.
Ad Asigliano arrivavano parenti e amici a rifornirsi di cibo poiché, specialmente in Valsesia, le risorse alimentari, anche a causa della guerra partigiana, erano molto scarse e i prezzi della "borsa nera" erano saliti a livelli proibitivi.
All'inizio del '45, mentre la guerra volgeva verso il suo epilogo, erano sempre meno i compagni di scuola che "tenevano" per i fascisti e i tedeschi mentre coloro, fra i podestà e i pubblici funzionari, che continuavano a "collaborare" si giustificavano sostenendo che la loro opera era rivolta soprattutto ad evitare guai peggiori alla popolazione civile.
All'alba di un bel giorno di maggio un grande sferragliare e un sordo rumore di motori svegliò tutta la famiglia: sulla strada scorreva una fila interminabile di mezzi corazzati, di camionette e di autocarri che recavano sui fianchi grosse stelle bianche.
Erano arrivati gli americani e aveva inizio il dopoguerra.

Dario Chiarino


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 12 luglio 2003