Visita dei balilla allla Centrale del Latte - 1939
Sono ricordi, frammenti di ricordi che per ovvi motivi non potranno essere interamente raccontati ma brevemente accennati. Sono ricordi vissuti e visti con gli occhi di un bambino.
Via Sacconi, una via vicino alla Villa Reale, eravamo una compagnia di ragazzi, si giocava a calcio, la strada non era asfaltata, si costruivano piste di terra, grandi gare con le biglie, partite di tennis con racchette di legno da noi costruite, si tirava la rete per segnare il campo, forse l'unica automobile che transitava era quella del "Conte" che abitava in una villa enorme, ora sede di un condominio, il "Conte" con autista il più delle volte si scusava con noi perché ci faceva interrompere il gioco.
La scuola era la "Volta", grembiulini neri con colletto bianco fino in terza, poi camicette nere sempre con colletto bianco. Molti dei miei compagni abitavano al di là del Viale C. Battisti, poche case e molta campagna, mi ricordo gli zoccoli, cartelle di cartone pressato, astucci di legno che io, che avevo un astuccio di pelle, tanto invidiavo, vedevo nei loro astucci matite, gomme, penne ben ordinate, i pennini poi di varie forme e misure che prima di essere intinti nel calamaio, inserito nel banco, venivano bagnati con la lingua. La maestra una mamma, la direttrice un aguzzino, il solo vederla incuteva terrore.
Povera, grande direttrice! La "Volta" non era attrezzata per certe cose, mi ricordo che ogni 15 giorni circa si andava alla "De Amicis".
Era il giorno delle inalazioni, in un locale molto grande una fontana in mezzo emetteva fumi esagerati e noi a girare intorno e per respirare a pieni polmoni bisognava cantare, ricordo ancora alcuni brani "...Duce dei tuoi balilla alta la fede squilla..." "Salve o popolo d'eroi..." e così via.
Al sabato pomeriggio era un obbligo andare alla GIL, un palazzo nuovo e ben costruito cinema, teatro, ogni tanto qualche documentario, ma il più delle volte marce, salti, ginnastica, percorsi di guerra, una barba! Ebbi modo di andare tante volte più avanti alla Ex GIL, là dove si marciava era nato il nuovo stadio di calcio del Monza, in seguito diventato stadio Sada. Anche il cine teatro era diventato cinema Smeraldo.
Durante le vacanze estive i giardini della Villa Reale erano la nostra meta. Cinquanta centesimi all'entrata, poi col tempo non pagammo più nulla, il custode chiudeva non uno ma due occhi. Si correva su e giù dalle montagnette, guardie e ladri, il giardino era così vasto ed il gioco non finiva mai. Orsi, scimmie, uccelli in gabbia, elefanti e dromedari legati ad una catena si agitavano al nostro passaggio rumoroso, forse disturbavamo anche coppiette sulle panchine e altre che remavano piano sulle barche del laghetto.
Frequentavo anche l'Oratorio di S. Biagio, prima nella vecchia sede vicino alla Chiesa (poi diventato oratorio femminile) poi nella nuova in via Luciano Manara, non so se il più bello, ma certamente uno dei più belli d'Italia.
Enorme. Uffici, aule per la dottrina, una Chiesa molto grande, all'aperto campi di calcio, campi da tennis, bocce, cinema serale sempre all'aperto. C'era poi il mese di maggio. A tutti veniva dato un cartellino, se si riusciva ad annullare le trentun caselle con la presenza a tutti i giorni del mese, si aveva il diritto di partecipare alla gita gratuita con colazione al sacco nel mese di giugno, il più delle volte a Como, ma ricordo una volta anche a Brunate.
Partenza da via Como (ora Prina) davanti al bar Varisco, angolo via Manzoni, col "Gibuti", tram che in meno di due ore arrivava a Cantù.
A proposito di tram, due specie di tram ci collegavano con Milano, uno l'accelerato che partiva da via Appiani, transitava in via Manzoni e le fermate erano molte, l'altro il famoso "Direttone", con partenza da Largo Mazzini ed in 20/25 minuti arrivava a Porta Venezia. Sì, 20/25 minuti!
Arrivò anche la guerra!
Per i primi due anni le cose non sembravano molto cambiate.
Per me era solo cambiata l'ubicazione della scuola media, prima in Via Lecco, poi in via XX Settembre, poi ancora in via Camperio.
Poi venne il 1943 e tutto cambiò!
Tempi duri, cominciava a mancare tutto, tutto razionato, la tessera annonaria consentiva di avere 200 grammi di pane al giorno, 100 grammi di olio al mese, 100 grammi di burro al mese e così via. Fioriva la borsa nera, chi aveva qualche possibilità trovava qualcosa d'altro.
Il pane era nero, mi ricordo però che il Motta (prestinaio in Via Italia) sfornava pane buono.Pane nero, ma buono.
Se si era fratelli, il primo indumento, vestito, paltò (forse già di papà) andava al fratello maggiore poi girato ed indossato dal secondo e forse rigirato al terzo.
Ed andò sempre peggiorando. Solo a distanza di tempo capii quanti sacrifici dovettero sopportare i nostri genitori. Notizie sempre più allarmanti, parenti caduti in guerra o prigionieri. Nel mio caso il fratello.L'allarme suonava quasi tutte le sere, bombardamenti a Genova, Torino, Milano, via di corsa da via Sacconi al rifugio della Villa Reale, ci si trovava in tanti, cessato allarme tutti a casa, un'ora, due, di nuovo allarme e via di corsa.
Mi ricordo l'arrivo dei tedeschi nel 43/44, il viale Cesare Battisti, carri armati giganti, soldati tutti vestiti di nero, baschi neri in testa, forse oggi i marziani m'impressionerebbero meno. Un particolare sciocco ma che mi è rimasto molto impresso. Ero ai bordi della strada, un ufficiale tedesco a bordo del suo carro armato mi chiese la strada per Como, gl'indicai la strada giusta. Appena la colonna si rimise in moto, boom una pedata nel sedere, un tizio dietro di me: "ta dovevag dì la strada sbagliata". La mia futura moglie, abitava in via Parini, i tedeschi obbligarono tutta la famiglia a sgomberare immediatamente la villa, tempo 48 ore.
Tutta la zona che comprendeva Via Parini, Via Verdi, parte di via Dante, parte di Via Tommaso Grossi, parte di viale Regina Margherita venne fatta sgomberare e venne poi cintata con filo spinato. Sembra fosse sede di un comando tedesco.
Copri fuoco, retate, attentati. Mi ricordo che dopo un attentato, non so dove, mio padre fu costretto a far la guardia, con tanti altri, alle linee telefoniche ed elettriche.
Il papà era vicino alla stazione di Monza Sobborghi, ogni 200/300 metri un'altra persona e così via. Se disgraziatamente ci fosse stato un'attentato, i "pali" ne avrebbero pagato le conseguenze.
Poi arrivò il 25 aprile del 45, ma ormai grandicello seguivo con paura quello che sarebbe potuto succedere. Si parlava di un atto di forza dei tedeschi, rinchiusi nella zona citata.
Avrebbero trattato la resa solo con un generale americano, in alternativa con l'Arcivescovo di Milano (cardinal Schuster), non con reparti partigiani.
I reparti tedeschi erano schierati in Via Regina Margherita, carri armati e mitragliatrici, i partigiani davanti alla Villa Reale. Bastava una scintilla! Grazie al cielo non successe nulla. Il 27 o il 28, carri armati americani erano in Via Regina Margherita, i tedeschi tutti raggruppati con le mani in alto.
A Monza la guerra era finita!
Gli americani si fermarono poi in Villa Reale. Mentre i tedeschi mi sembravano molto anziani, forse con più anni del mio papà, gli americani bianchi e neri erano giovanissimi, forse con qualche anno più di me. Entravo abbastanza facilmente in Villa Reale, molti conoscevano un pò d'italiano, si rideva, si scherzava. Dicevo che le armi e i carri armati dei tedeschi erano più belli. "...Si, ma non avere vinto la guerra..." ed io stesso vedendo la quantità di generi alimentari, biscotti, sigarette, cioccolato, che neanche più credevo esistessero, autobotti piene di benzina (i pochi mezzi da noi circolavano a ossigeno, a carbonella) mi chiedevo come avremmo potuto vincere la guerra.
Quando gli americani si apprestavano a lasciare Monza, il Parco era pieno di ogni tipo di automezzi che gli americani non avrebbero mai più usato, vennero così venduti a prezzi irrisori. Camion italiani ancora a carbonella trainavano a volte 7 o 8 automezzi alla volta, avrebbero consentito la ripresa di qualche attività. Piano, piano ci lasciavamo la guerra alle spalle.
Via Scotto era un susseguirsi di case vecchie e decrepite. Di fronte all'attuale cinema Capitol, c'era vicolo Scotto. Un vicolo non più largo di 2 metri, lì esistevano tre case di piacere, dai monzesi chiamati "casotto"; non posso descrivere come fossero all'interno, per ragioni anagrafiche non ho mai potuto visitarle, con la legge Merlin furono chiuse.
Una delle manifestazioni sportive importanti, forse la prima di Monza, fu il gran Premio Motociclistico, non certamente all'autodromo, ma con la presenza di noti campioni anteguerra si svolse sul tracciato Viale Cesare Battisti, rondò e ritorno, via Volta, via Matteo da Campione, via Dante e ritorno sul viale C. Battisti.
Intanto stava scoppiando il boom dei motorini, Mosquito, Cucciolo ed altri motorini agganciati alla bicicletta, poi arrivarono le motorette, gli scooter, ora tornati di moda, la Vespa, la Lambretta, il sogno di tanti italiani. Invidiavo gli amici miei con motoretta e quando mio padre mi regalò la Lambretta mi sembrò di toccare il cielo con un dito. regalarmi oggi una Ferrari, non mi darebbe la stessa soddisfazione.
Più avanti arrivò la 600.. ma finì anche la mia infanzia.