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DOPO GENOVA UN FINIMONDO DI CRITICHE
Vittorio Agnoletto risponde
a cura di Sandro Invidia

mani bianche
«L'obiettivo reale che si è giocato a Genova era quello di distruggere la credibilità di un movimento che aveva tre caratteristiche: essere di massa; essere pacifico; essere competente…
Il governo non è stato in grado di rispondere sui contenuti e ha tentato di spostare tutto sul piano militare e di schiacciare il movimento su questo».

«D'ora in poi dovremo trovare il modo di tutelare le nostre iniziative; … dobbiamo trovare un modo per tutelare le nostre iniziative senza creare un gruppo separato addetto unicamente alla nostra sicurezza … dovremo trovare delle forme - per esprimere la radicalità dei contenuti - che siano il meno possibile trasferibili su livelli di confronto di piazza».

«Nonostante il prezzo enorme che abbiamo pagato tutti - un morto, centinaia di feriti, una città nella situazione in cui è - nonostante il tentativo di dipingerci unicamente come gruppi violenti, questo movimento ha resistito, c'è ancora. Tanto è vero che siamo trecentomila in piazza! Questo era il contesto dell'abbiamo vinto. Se viene estrapolato, è evidente che non ha alcun senso e fa venire i brividi anche a me».

«Quando siamo stati interpellati sulla Fao abbiamo cercato di spiegare le verità e abbiamo posto un'altra volta dei problemi di contenuto. E oggi, se vedete sui giornali, nessuno ci risponde sui contenuti: continuano a suonare l'allarme dell'ordine pubblico. E noi sulla Fao non c'entriamo proprio nulla: noi mica mettiamo in discussione la legittimità della Fao».

*****

Riusciamo a sentirci solo per telefono. Vittorio Agnoletto non ha un attimo di pace da quando è terminato il vertice di Genova. Impegni telefonici, conferenze, interviste, incontri pubblici.
Riesco finalmente a parlargli, ma mi premette subito che, se mentre chiacchieriamo arriva una telefonata da "Il Giornale" dovrà lasciarmi.
"Il Giornale"? chiedo, un po' offeso che mi preferisca quella testata.
Questi - inizia, e il suo tono si alza - hanno sparato in prima pagina [lunedì 6 agosto, ndr] delle affermazioni che non ho mai fatto!

Cioè?
"Agnoletto-Casarini: ci saremo comunque e ovunque" e poi in pagina 3 dice che io arringo la gente dicendo: "mi raccomando dobbiamo esserci tutti a novembre, prima a Roma per il vertice Fao, poi in Qatar, per l'incontro WTO"

E non è vero?
Figurati se posso aver mai detto che dobbiamo andare tutti in Qatar!
Oppure: "ragazzi, il movimento ha vinto, è stato pagato un prezzo, ed ora tutti in massa a Doha e a Roma". A Doha, ti rendi conto? Chi lo sa dov'è Doha? Tra l'altro aggiungi che io non ho parlato con il giornalista del Giornale: io ho parlato con l'Ansa e con La Stampa, che infatti è uscita con un servizio ampio…

Chiudiamo la parentesi "Giornale", ma continuiamo a parlare di Genova e delle critiche che sono piovute sul Genoa Social Forum. Cominciamo con una arrivata sul nostro sito: David Brayden, portavoce di Jubilee 2000, vi avrebbe accusati di superficialità e dilettantismo. È così?
Non mi sembra. A Genova noi abbiamo lavorato sempre con due gruppi: il Consiglio dei portavoce del GSF e una riunione mattutina fissa fra i portavoce delle organizzazioni internazionali e tre rappresentanti dei portavoce del GSF, tra cui non c'ero io: c'era Raffaella Bolini. C'era, insomma, una forma di coordinamento molto stretta. A me sembra proprio molto difficile una critica di questo tipo. Ma poi cosa significa?

Significa che avete organizzato le cose sapendo che vi sareste trovati di fronte ai violenti; che avete mantenuto rapporti con dei criminali, che avete danneggiato l'immagine del movimento…
Noi abbiamo fatto, io credo, un errore di valutazione su un punto molto specifico. Noi non avevamo valutato che il Governo avrebbe trasformato Genova puramente in un confronto militare e che avrebbe permesso alle Tute nere di arrivare a Genova, di arrivare armate e di arrivare al centro in mezzo a tutte le nostre iniziative. Noi questo non l'avevamo minimamente pensato. Ritenevamo che avremmo avuto a che fare con un numero ristretto di gruppi violenti, anche perché le forze dell'ordine continuavano a imporre controlli alla frontiera motivandoli con l'obiettivo di fermare i black bloc, tra l'altro dicendo che avevano tutte le liste, anche fornite dai ministeri dell'interno degli altri paesi europei.
Quello che invece è avvenuto è che hanno mandato indietro dei treni e dei traghetti di pacifisti e hanno permesso a tutti i violenti di arrivare. Di conseguenza ci siamo trovati a fronteggiare una situazione che possiamo descrivere come un confronto militare fra le forze dell'ordine e i gruppi violenti il cui obiettivo era di coinvolgere noi nello scontro e quindi di permettere alle forze dell'ordine di caricarci. Noi su questo siamo stati impreparati: non ci aspettavamo una tattica di questo tipo.

Ma non c'era un servizio d'ordine?
Dovendo affrontare una situazione di quel tipo, ci siamo trovati di fronte anche a scelte molto difficili. Noi abbiamo scelto - io lo rivendico - un movimento pacifico e non violento. È stata una scelta maturata in un anno di lavoro, in confronto con centinaia di gruppi. È evidente che dopo la giornata drammatica di venerdì, quando noi abbiamo deciso di mantenere il corteo, che era l'unica soluzione possibile, è evidente che a quel punto il corteo era per forza un corteo disarmato, perché noi avevamo scelto che fosse disarmato già da prima. Non esisteva un servizio d'ordine, e quando venerdì sera abbiamo deciso di cercare un modo per difendere il corteo, l'unica cosa che abbiamo potuto fare è stato di chiedere ad alcuni di tenersi per mano ai bordi del corteo.
Oggi, col senno di poi, dico che d'ora in poi dovremo trovare il modo di tutelare le nostre iniziative; dico anche che però non è detto che i metodi siano per forza quelli dei servizi d'ordine; dico che dobbiamo trovare un modo per tutelare le nostre iniziative senza creare un gruppo separato addetto unicamente alla nostra sicurezza e aggiungo che dovremo trovare delle forme - per esprimere la radicalità dei contenuti - che siano il meno possibile trasferibili su livelli di confronto di piazza.

Cioè?
Io credo che dobbiamo lavorare molto più con la fantasia.

Torniamo alla giornata di sabato. A quel punto, dicono molti, e con quello che era successo a Giuliani, era proprio necessario organizzare il corteo?
Io rivendico anche la scelta faticosa - presa assieme a tutti i portavoce del venerdì sera - di fare comunque il corteo.
Non c'era altra possibilità. Lì si sono intrecciati due aspetti, ambedue sufficienti. Innanzitutto, c'era il problema politico di affermare il diritto a manifestare il dissenso in modo pacifico, su un percorso che era autorizzato.
Altra questione: se noi avessimo deciso di non fare il corteo e di sederci, per dire, in uno stadio (ma in trecentomila non ci si sarebbe stati, neanche a Marassi) avremmo forse salvato l'immagine di un singolo o di una associazione, ma non avremmo risolto il problema, perché decine di migliaia di persone, che erano arrivate dall'estero, da lontano - arrabbiate, intristite, esasperate per la morte di Carlo Giuliani - avrebbero comunque scelto di fare delle manifestazioni e queste manifestazioni sarebbero state fatte in modo non organizzato, autogestito, senza l'autorizzazione della questura, su diversi percorsi e quindi si sarebbero corsi dei rischi estremamente maggiori. A quel punto, la possibilità di ridurre i potenziali rischi era solo quella di mantenere quello che era già organizzato, era già autorizzato, in modo da convogliare dentro una modalità pacifica tutte le iniziative spontanee. Certo, non ci aspettavamo che anche sabato, la polizia invece di tutelare un corteo autorizzato, riproducesse gli eventi di venerdì, quindi continuasse a caricare il corteo e a lasciar liberi i black bloc di fare quello che volevano.

Come mai la polizia era armata con proiettili veri?
Noi avevamo chiesto al capo della polizia che le forze dell'ordine fossero disarmate, soprattutto dopo le vicende di Goteborg, e il dottor De Gennaro aveva giurato su se stesso che la polizia non avrebbe mai e poi mai utilizzato armi da fuoco in nessuna situazione. Si è invece ampiamente dimostrato che si è sparato non solo contro Carlo Giuliani ma anche contro il corteo che veniva dal Carlini.

A proposito di Carlo Giuliani: a molti (Pansa in testa, ma anche il segretario monzese dei DS, Giuseppe Civati) non è piaciuta la tua dichiarazione di vittoria dopo la morte del giovane.
Devo dire che sono rimasto colpito dal fatto che giornalisti come Pansa, esperti del mestiere, abbiano potuto estrapolare due parole da un contesto assai più ampio e giudicare su quella base. Pansa ci ha scritto due pagine de L'Espresso"!
Io nel comizio ho detto che erano state giornate assolutamente tragiche; che il movimento aveva pagato un fortissimo prezzo; che vi era un morto e centinaia e centinaia di feriti; che in tutti i modi avevano cercato di dividere, di spaccare il movimento e di presentarlo come un movimento unicamente di violenti; che la risposta che in quel momento dava la piazza - cioè trecentomila persone che si erano, loro sì, comportate in modo pacifico a differenza della polizia e del blocco nero - aveva dimostrato che non erano riusciti a distruggere il movimento e che quindi, da questo punto di vista, avevamo vinto noi. Dopo di che si può dire che in quel contesto potevo utilizzare una parola differente, che può anche essere: non ne faccio un problema linguistico. Ma quella parola era dentro questo contesto. Era per dire: 'nonostante il prezzo enorme che abbiamo pagato tutti - un morto, centinaia di feriti, una città nella situazione in cui è - nonostante il tentativo di dipingerci unicamente come gruppi violenti, questo movimento ha resistito, c'è ancora. Tanto è vero che siamo trecentomila in piazza!'
Questo era il contesto dell'abbiamo vinto. Se viene estrapolato, è evidente che non ha alcun senso e fa venire i brividi anche a me.

Altre critiche: si dice che voi - il GSF - siate la sinistra piazzaiola che cerca la rivincita alla sconfitta elettorale

Basterebbe che analizzassero le nostre carte d'identità: la stragrande maggioranza delle associazioni che compongono il GSF e delle persone che lo stanno guidando, sono persone che hanno alle spalle decenni di lavori in associazioni e sono estremamente competenti sui singoli temi. Io posso parlare di AIDS e di sanità; altri possono parlare di ambiente; altri della riconversione delle fabbriche che producono armi. Molti di noi hanno alle spalle libri pubblicati sui temi specifici della globalizzazione…
Sono affermazioni che non rappresentano la realtà: abbiamo alle spalle una lunga storia di competenze; alla fine ciascuno di noi si è accorto che sul suo terreno specifico arrivava a doversi scontrare con questa globalizzazione e qui è nato il GSF, come tentativo di tenere insieme delle parzialità che si erano accorte che bisognava rimettere in discussione il rapporto Nord-Sud ma che da sole non potevano vincere. La piazza è uno degli elementi assolutamente secondari delle nostre iniziative. Anche a Genova abbiamo organizzato una settimana di Global Forum, ma chi ci critica magari non ha neanche partecipato, non è venuto a sentire i dibattiti, non ha notato la presenza di centinaia di relatori e di migliaia di persone.

Allora, le accuse da destra sono infondate. Eppure c'è anche una parte della sinistra che dà credito all'idea dell'Agnoletto che vuole fare il leader dell'opposizione.
Ti riferisci a Violante e Cossutta?

Anche
Io voglio chiedere a tutta la sinistra, e in particolare al pezzo di sinistra rappresentato da Violante, di prestare la massima attenzione, perché sono assolutamente convinto che il GSF ha rappresentato e rappresenta una diga democratica nella vita di questo Stato. E che di fronte a situazioni profonde di critica verso l'attuale stato delle cose, verso questa globalizzazione, e di disagio e di opposizione a fortissimi livelli di ingiustizia sociale a livello mondiale, il GSF ha avuto la capacità di fornire uno sbocco socialmente organizzato, qualificato, competente e che rimane sul terreno della iniziativa pacifica, non violenta e della disobbedienza civile. In questo contesto io credo che siamo un elemento fondante, attualmente della democrazia italiana.
Credo che chi tenta di spaccare il movimento o di considerarlo tutto un gruppo di violenti, si sta assumendo una gravissima responsabilità. In primo luogo perché rischia di riuscirci, cioè di spaccare il movimento e di lasciarne una parte senza riferimenti e quindi preda di alcuni gruppi estremistici; in secondo luogo, perché se si criminalizza o si riduce tutto il movimento a gruppo violento, commettendo una falsità, si rischia di riprodurre quella rottura sociale, in particolare tra il movimento, le istituzioni e le rappresentanze democratiche, che questa nazione ha già vissuto in modo drammatico nel '77 e che noi non abbiamo nessuna intenzione di rivivere.
Da questo punto di vista, credo che la presenza di forze sindacali, tipo la Fiom, all'interno del GSF, sia estremamente importante non solo per i contenuti ma anche perché offre una sponda per evitare il ripetersi di quella frattura che avvenne tanti anni fa tra un movimento di massa e le istanze rappresentative dei lavoratori.
Chiedo anche, a chi ci fa queste critiche, di analizzare bene una realtà composita, che comprende settori importanti del movimento operaio, settori importanti dell'associazionismo e settori importanti del mondo cattolico che hanno trovato un loro punto di aggregazione su dei programmi e degli obiettivi e anche sul modo di condurre le loro battaglie, cioè il modo della non violenza. Sottovalutare tutto questo, per persone che hanno responsabilità, è una cosa grave.

Qualcuno sembra non perdonare al GSF un rapporto che è parso esclusivo - visto da qui, da lontano - con Rifondazione Comunista.
Io ribadisco che questo movimento è totalmente autonomo, che nessuno può pensare di metterci sopra il cappello, che tutti i contatti istituzionali che sono stati tenuti prima di Genova sono stati tenuti dal GSF senza delegare nessuno, e che il GSF è disponibile al confronto istituzionale con tutti, tanto è vero che abbiamo incontrato più volte i parlamentari dell'Ulivo che ce l'hanno chiesto

Quali?
Prima gli ottanta che avevano votato contro la mozione del Governo sulla Tobin tax; poi abbiamo incontrato, la settimana scorsa, un gruppo di parlamentari dell'Ulivo (c'erano Salvi, Dalla Chiesa e tanti altri) che hanno costituito l'Osservatorio; abbiamo incontrato le segreterie confederali con Cofferati; abbiamo incontrato il sindacato di Polizia, il Silp; e io ripeto - perché questo ve lo siete dimenticati tutti, voi giornalisti - abbiamo dato la disponibilità prima durante e dopo, a quella proposta che aveva fatto l'onorevole Casini, in qualità di presidente della Camera, a tutti i capigruppo della Camera, di avviare un confronto sui grandi temi della globalizzazione. Noi gli avevamo detto: siamo d'accordo, purché non sia una tantum, due ore prima del G8, ma sia una cosa che vada avanti.
Mi sembra, quindi, che siamo un movimento estremamente disponibile e aperto al confronto istituzionale. I partiti che vogliono partecipare a questo movimento, vi stanno all'interno e devono rispettarne le regole, e comunque questo movimento vuol restare un passo prima e un passo dopo la politica istituzionale.
Questo è anche il motivo per cui su alcune scelte istituzionali noi non siamo intervenuti e io non ho risposto ai giornalisti.

Cosa significa questa storia dei passi prima e dopo?
Significa che noi stiamo sui grandi obiettivi, in un rapporto che lega la politica all'etica. Non interveniamo direttamente nell'agone politico: non è questo il ruolo del movimento, che quando chiede la sua autonomia deve anche rispettare l'autonomia delle forze politiche. Noi interveniamo lì dove la politica e l'etica si legano su delle grandi battaglie in termini planetari, che danno delle indicazioni precise sul modello di sviluppo.
Tra l'altro mi sembra che questo movimento abbia contribuito a riaprire un dibattito interessante sia nel centrosinistra sia nella sinistra. Credo che abbia portato anche un contributo positivo, dopo di che come evolva il dibattito è una questione delle forze politiche.

Nessun collateralismo, quindi?
Non c'è e non ci può essere nessun collateralismo, perché questo movimento non si costruisce su un'adesione ideologica, ma su un'adesione di programma su punti specifici. Punti specifici che tra l'altro raccolgono un consenso amplissimo nella popolazione italiana. Quando noi dicevamo: dobbiamo mettere la tassazione sulle transazioni finanziarie, perché questo è un atto concreto di fronte ad un mondo i cui un miliardo e trecento milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno, avanziamo delle proposte concrete. Poi sta alle forze politiche vedere come devono fare la Tobin tax, come devono articolarla concretamente, se la può fare l'Italia, se la devono fare altre nazioni eccetera. Ma questo fa parte dell'arena politica istituzionale. A noi compete un altro compito: quello delle grandi indicazioni di prospettiva e quello di far crescere la consapevolezza della popolazione su questi temi.

Parli di popolazione: non credi che i fatti di Genova abbiano alimentato la diffidenza della gran massa della gente nei confronti di movimenti come il GSF?
L'obiettivo reale che si è giocato a Genova era quello di distruggere la credibilità di un movimento che aveva tre caratteristiche: essere di massa; essere pacifico; essere competente.
Il Governo non è stato in grado di rispondere sui contenuti: lo dimostra il brevissimo incontro che abbiamo avuto con Ruggiero, un incontro di quaranta minuti alla fine del quale, quando noi abbiamo chiesto non solo dichiarazioni generiche ma impegni concreti per il Sud del mondo (Tobin tax, proprietà intellettuale dei farmaci…), abbiamo ottenuto solo il silenzio.
Lo dimostra il fallimento di quello che era il fiore all'occhiello di Ruggiero: la questione dell'Aids. Hanno stanziato un ottavo dei soldi chiesti da Kofi Annan e li hanno stanziati senza modificare le regole, il che vuol dire che danno un'elemosina oggi e se la riprendono con gli interessi domani; non hanno cancellato il debito dei paesi poveri; non hanno modificato le regole del WTO sulla produzione dei farmaci e sulla proprietà dei brevetti.
Allora, sui contenuti non sono stati in grado di rispondere, hanno tentato di spostare tutto sul piano militare e di schiacciare il movimento su questo.

E ci sono riusciti?
Non credo. Il movimento ha dimostrato sia di sapere avanzare delle proposte in modo molto preciso, sia di non accettare il confronto militare. Certo è che noi abbiamo bisogno ora di riportare la discussione sui temi, sui nostri temi.
Ecco perché quando siamo stati interpellati sulla Fao abbiamo cercato di spiegare le verità e abbiamo posto un'altra volta dei problemi di contenuto. E oggi, se vedete sui giornali, nessuno ci risponde sui contenuti: continuano a suonare l'allarme dell'ordine pubblico. E noi sulla Fao non c'entriamo proprio nulla: noi mica mettiamo in discussione la legittimità della Fao. Noi mettiamo in discussione la legittimità del G8, non della Fao.
Nella Fao c'è un dibattito aperto, a noi interessa intervenire in questo dibattito ponendo alcuni problemi, che sono quelli dell'accesso all'acqua potabile per un miliardo e mezzo di persone, e quindi della proprietà dell'acqua; degli Ogm, cioè degli organismi geneticamente modificati; del rispetto del programma della stessa Fao sulla diminuzione del numero degli affamati e delle persone sotto il livello di sopravvivenza entro il 2015; delle barriere doganali del Nord rispetto ai prodotti agricoli del Sud…

Sandro Invidia
sandro.invidia@arengario.net




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  8 agosto 2001