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INTERVISTA
Salvati settant'anni di scuola monzese!
Grazie al certosino lavoro di una direttrice didattica in pensione
di Sandro Invidia

Giuseppina Fulcoli Verde è stata direttrice didattica del Terzo Circolo di Monza dal 1964 al 1994. Attualmente in pensione, negli ultimi cinque anni si è dedicata allo studio, alla sistemazione e catalogazione di un incredibile numero di registri delle scuole elementari di Monza risalenti agli anni immediatamente seguenti all'Unità d'Italia. Tutto il materiale da lei riordinato ha trovato dignitosa accoglienza presso l'attuale scuola elementare De Amicis, dove può essere consultato da chiunque ne faccia richiesta.
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Giuseppina Fulcoli Verde

Giuseppina Fulcoli Verde in mezzo ai suoi scartafacci

È una signora simpatica, quella che mi apre la porta. Simpatica e vitalissima: parla a getto continuo, di tutto, con brio e competenza. L'accento è di quelli inconfondibili, corollario inevitabile ad un aspetto fisico assai poco padano. Mediterranea per vocazione, prima che per provenienza geografica, non ha bisogno di troppi preamboli per far capire, a chi le sta di fronte, di quanta passione sia capace anche nello sposare cause che, a rigore, potrebbero non interessarla.
Tutto è cominciato nel 1979, mi racconta, quando si dovette procedere alla demolizione della Raiberti… mi telefonarono per chiedermi cosa fare di certe carte trovate nello scantinato. Dissi di aspettare e mi recai sul posto: si trattava dei registri delle scuole comunali monzesi dal 1865 al 1933. Intuii che doveva trattarsi di materiale di indubbio interesse storico e feci depositare il tutto presso la scuola De Amicis, in attesa di decidere il da farsi. «Male che vada» mi dissi «mi ci dedico quando vado in pensione».
Ed era davvero materiale così interessante?
Interessantissimo: si tratta di una massa enorme di dati. 5766 registri di classe e 433 registri d'esame: sono carte che documentano la storia non solo della scuola, ma dell'intera società monzese dei tempi.
In che senso, scusi?
Nel senso che ci raccontano di una città e dei suoi abitanti: c'erano, alla fine del XIX secolo, sette scuole comunali. Fra queste, una era «urbana»(la De Amicis di oggi), due «suburbane» (la scuola di Borgo S. Gerardo, poi Raiberti, e di Borgo S. Biagio, poi Volta), tre «rurali» (Cascina Bovati, poi Alfieri, Cascina Bastoni, poi Manzoni, e quella di Santa, oggi la Parini di Villasanta).
Era in vigore la legge Casati, sull'obbligo scolastico, ma si trattava di un obbligo all'acqua di rose. Non c'erano i mezzi né forse la possibilità di imporlo realmente, con i lavori dei campi che urgevano e la Chiesa che tuonava contro l'istruzione popolare (pervertitrice della morale!)
Questo significa che le scuole erano vuote?
No, anzi: si arrivava a classi di 90 studenti. Il problema vero, semmai era un altro: solo la scuola urbana garantiva i quattro anni del corso completo. Nelle scuole suburbane e in quelle rurali si potevano frequentare solo le prime due classi. È questa la forte disparità di cui soffriva la scuola pubblica degli inizi: per completare il ciclo di studi occorreva spostarsi al centro. Non tutti potevano permetterselo.
Perché?
Perché in campagna la stragrande maggioranza degli allievi erano figli di contadini, i quali, in certi periodi dell'anno smettevano completamente di frequentare per dedicarsi ai lavori dei campi. Figuriamoci se pensavano di potersi permettere il tragitto per il centro!
Si aggiunga che, spesso, questi contadini, figli di contadini, non capivano l'utilità di imparare a leggere e a scrivere.
C'era davvero molta disparità sociale fra chi frequentava la scuola urbana e chi no?
Certo: i registri ci riportano la professione dei genitori. Per fare qualche esempio, prendendo a caso alcune annate fra il 1878 ed il 1885, possiamo notare che nella scuola urbana su 230 alunni solo 30 erano figli di contadini…
E gli altri?
Cappellai, tessitori, mugnai, osti, carrettieri, avvocati, maestri…
Torniamo ai contadini
Sì. Nelle scuole dei Borghi, su 205 allievi, 132 erano contadini e 5 giardinieri. In quelle rurali, fra il 1878 ed il 1980, 95 contadini su 139 allievi.

Quindi, ciclo completo di studi e provenienza sociale più variegata: è questa la peculiarità della scuola urbana?

Non solo: c'era anche una maggior professionalità del personale docente, cui si accompagnava una gratifica economica più elevata. Per insegnare nelle scuole suburbane e rurali era sufficiente un «patentino» meno prestigioso, per così dire, di quello necessario alla docenza nella scuola del centro.
C'è tutto uno spaccato di storia economica e sociale, quindi, in quelle carte
Come le dicevo! Ma non solo: c'è anche la microstoria dei rapporti umani, la memoria annalistica degli innumerevoli docenti che si sono susseguiti su quelle cattedre spesso così scalcagnate e frustranti. Ci si racconta di locali inadatti, spesso ex-magazzini, senza luce, umidi, maleodoranti. Nella stessa aula il più delle volte si alternavano, fra mattina e pomeriggio, due o più classi. Le condizioni igieniche generali non erano poi delle migliori: una delle richieste costanti era quella di aprire la latrina con la porta esterna!
Nemmeno è chiaro quali fossero esattamente le mansioni degli insegnanti: uno un giorno chiede al sindaco i soldi per riacquistare il «secchio» rubatogli nottetempo. Il sindaco concede ma raccomanda al docente di fare maggior attenzione in futuro. Che ci doveva fare col secchio, quell'insegnante?
Poi ci sono le cronache dell'epoca fascista, minuziose e trionfali, quanto ingenue e divertenti: c'è l'insegnante che osserva i bambini «logorare» la colazione in cortile, e quello che constata il surplus di autorità che la divisa indossata in classe gli assicura…
E le materie?
Lettura, scrittura, contabilità, calligrafia, sistema metrico decimale, lavori donneschi, storia e geografia, catechismo e storia sacra…
Catechismo? Ma la chiesa non condannava?
Certo, ma le parrocchie non potevano permettersi di perdere la presa sulla popolazione. Ci sono fior di proteste di maestri che lamentano l'eccessiva «invadenza» dei parroci che allungavano oltre il lecito le proprie ore di lezione…
Insomma, microstoria e macrostoria si incontrano, si illuminano a vicenda su quei registri. Chissà quanto interesse da parte delle autorità cittadine!

Di questo preferirei non parlare.

Vuol essere un silenzio polemico?
Se vuole intenderla così!
Allora mi dica: chi le ha offerto maggior aiuto?
Certamente l'assessore Galbiati. Ha dimostrato vivo interesse e mi ha fornito gli scaffali, i faldoni, le matite e le penne per il mio lavoro di inventario.
E i meno interessati?
Tutti gli altri!


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maggio 2000