
I Vicerè
regia di Roberto Faenza
con Alessandro Preziosi , Lando Buzzanca , Cristiana Capotondi , Guido Caprino , Lucia Bosé .
Durata: 120 minuti.
Italia, 2007.
Aurelio Tagliabue
Sicilia, metà dell'Ottocento. La dominazione borbonica sta per terminare e con essa tutto un mondo è in dissoluzione. Consalvo, ultimo erede degli Uzeda, la famiglia dei Vicerè di Spagna, dalle esequie della zia Teresa all'età adulta è testimone e protagonista della perpetua guerra della sua casata nella corsa al potere e alla ricchezza.
Federico De Roberto è un autore un po' dimenticato nel panorama letterario italiano, ma il cinema non l'ha ignorato e se il suo romanzo più conosciuto è diventato solo adesso un film, grazie a Roberto Faenza, ci sono stati nel passato tentativi di autorevoli registi (Rossellini, Visconti, Bolchi) che però non sono stati portati a termine. Anche senza conoscere con precisione i motivi delle rinunce, non è difficile immaginare quali e quante complicazioni un simile romanzo imponga a chi voglia operarne la trasposizione cinematografica. La ricchezza dell'impianto narrativo, l'abbondanza di personaggi, l'esuberanza descrittiva e l'ampio arco temporale in cui si dipanano le vicende narrate, rendono l'opera di De Roberto difficoltosa da condensare ed adattare al mezzo cinematografico; quindi, senza cadere nella sterile e dannosa tendenza al confronto qualitativo tra romanzo e film, è interessante verificare in quale direzione hanno lavorato regista e sceneggiatori, partendo dal dato fondamentale, che apprendiamo dai titoli di testa, e cioè che I VICERÉ è liberamente ispirato al romanzo omonimo di Federico De Roberto.
È quasi scontato prendere atto che un romanzo di stampo ottocentesco imponesse un lavoro di sottrazione, per cui alcuni personaggi ed eventi non sono mantenuti o sono ridimensionati nel film. È invece importante notare come il personaggio di Consalvo abbia preso il sopravvento su tutti gli altri, diventando non solo il protagonista assoluto, ma assumendo addirittura lo status di narratore. Faenza ha infatti rinunciato al narratore onnisciente del romanzo, adottando il punto di vista di Consalvo, a cui attribuisce il ruolo di testimone dei fatti che non lo vedono protagonista. Ne sono un esempio il parto della zia Chiara, spiato da una fessura del soffitto, e l'assistere (e poi ingenuamente rivelare) alla romantica passeggiata dello zio Raimondo in compagnia della sua amante.
Questo è il più evidente elemento di rilettura formale che il film fa del romanzo, da cui consegue un'interpretazione del testo originale, che Faenza utilizza per parlare del presente e lo dichiara palesemente con la didascalia con cui si apre il film: Ma come, Federico De Roberto, quel galantuomo siciliano di cento e più anni fa, pronunziava davvero le frasi presenti nel film, che sembrano scritte oggi da un tribuno estremista e da un guitto irriverente? Quindi la cattiveria del principe Giacomo (uno splendido Lando Buzzanca), la grettezza di don Blasco, l'arrivismo di Consalvo e la mancanza di scrupoli che tutti gli Uzeda mostrano nella loro volontà di dominare sugli altri, rimandano nelle intenzioni del regista all'attualità. Non c'era splendore nella nobiltà dell'Italia al tempo dell'Unità e anche oggi...
Le vicende storiche restano forse un po' troppo sullo sfondo, ma grazie a questa rilettura amara e disincantata, Faenza ha evitato di visconteggiare.
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Aurelio Tagliabue
Cineforum PROCULTURA
Cinema Teatro Villoresi
Martedì 4 marzo 2008 ore 15.00 e 21.00
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1 marzo 2008
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