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  Ken Loach
In questo mondo libero…

regia di Ken Loach
con Kierston Wareing, Juliet Ellis, Leslaw Zurek, Colin Caughlin, Joe Siffleet, Faruk Pruti, Serge Soric, Branko Tomovic.
Durata: 96 minuti.
Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna, 2007.

Umberto De Pace


Angie è una giovane donna divorziata con un figlio undicenne, Jamie, che vive con i nonni. Licenziata in tronco da un'agenzia per cui procurava manodopera proveniente dai paesi dell'Est, Angie decide di mettersi in proprio. Insieme all'amica Rose crea un'agenzia di reclutamento. Il confronto con la realtà dell'immigrazione, clandestina e non, la porterà a fare delle scelte controverse, svelando alcuni aspetti della situazione in cui viviamo.

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Guardando l'ultimo film di Ken Loach, mi è tornato alla mente ciò che alcuni anni fa mi raccontava un vecchio amico muratore, su quanto succedeva nei cantieri edili di Milano e provincia.
Alle prime luci dell'alba, in più punti prefissati, si ripeteva ogni mattina il rito della chiamata. Gruppi di extracomunitari, rispondevano per alzata di mano, alla chiamata di carpentieri, muratori, manovali, fabbri, imbianchini… per poi salire veloci su camioncini, furgoni, auto ed essere portati nei vari cantieri di destinazione, con un ordine perentorio: sparire, dileguarsi in caso di controlli o ispezioni. Per quelli in esubero, sarebbe stato per un'altra volta.

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Il mio amico, all'epoca vicino alla pensione, era tristemente rassegnato a vedere come veniva trattata questa gente e come lo stesso lavoro venisse svilito e impoverito. Spesso gli capitava di trovarsi a fianco di persone che non sapevano nemmeno da che parte iniziare a svolgere la mansione per la quale erano state ingaggiate, costrette purtroppo a vendersi per un qualsiasi incarico, pur di sopravvivere.
Tutto ciò succedeva, e molto probabilmente succede ancor oggi, nei cantieri del nord, qui nelle nostre città, nel nostro territorio e non come si è troppo spesso portati a pensare, solo nei tanti sud del mondo.
Tutto ciò era già successo nel nostro paese nel secondo dopoguerra, dove i protagonisti di allora erano i nostri nonni o genitori.
Ken Loach ci propone, grazie alla sensibilità e alla capacità di fotografare le realtà scomode che ci circondano, una storia tra le tante del mondo odierno, in cui la parola libertà, viene svenduta a qualunque prezzo: libertà di mercato, libertà di movimento, libertà di scelta, libertà di…
Una storia con più storie, al suo interno. Quella della massa dei diseredati, ma anche quella delle nuove generazioni di imprenditori loro malgrado, comparse all'interno di un sistema, del quale si illudono di essere protagonisti.

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La libertà di intrapresa è una maschera tragica che nasconde l'incertezza della propria sussistenza, la fragilità della vita quotidiana, la durezza di un mondo del lavoro, libero da regole e responsabilità, dove l'unico traguardo è il proprio tornaconto, misurabile in quantità di banconote fruscianti, meta raggiungibile dai più spregiudicati.
La libertà di movimento, è l'imbonimento collettivo di intere popolazioni, illuse di trovare altrove ciò che oggi è negato a casa loro.
Sullo sfondo della realtà rappresentata nella pellicola: ciò che rimane dei buoni sentimenti (l'aiuto alla famiglia di profughi da parte della protagonista), degli affetti (tra madre e figlio), dei legami generazionali (i nonni), e di quelli solidaristici (gli improbabili robin hood dei lavoratori ingannati). Ovvero alcuni di quei legami della realtà auspicata, che sono parte della libertà, quella vera.
Per Aristotele lo schiavo è colui che non ha legami, che non ha un suo posto, che si può utilizzare dappertutto e in svariati modi. Libero è invece l'uomo che ha molti legami e obblighi verso gli altri, verso la comunità in cui vive.
Dal secolo scorso, così facilmente demonizzato, occorrerebbe forse far tesoro di ciò che di buono ci ha insegnato, e sicuramente della ricerca di spazi di libertà attraverso relazioni interpersonali e collettive, nel mondo del lavoro, della politica, del sociale, di fronte alle quali la ricerca di autonomia, indipendenza individuali odierne, non rappresentano che dei tristi e inefficaci surrogati.

Umberto De Pace

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Cineforum PROCULTURA
Cinema Teatro Villoresi
Martedì 12 febbraio 2008 ore 15.00 e 21.00
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  10 febbraio 2008