
Il referendum del 7 ottobre
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Bassanini a Monza
Dire SI' per garantire il federalismo solidale e cooperativo
a cura di Sandro Invidia
Martedì 25 settembre 2001. Bassanini alla Sala Maddalena, a Monza.
C'è poca gente, me nessuno dei presenti se ne sorprende: il tema di discussione è il Referendum confermativo del 7 ottobre prossimo.
Il Referendum dimenticato.
Dimenticato dai grandi organi di stampa.
Dimenticato dalle reti Mediaset.
Dimenticato dalla Rai.
Perché? Perché al Centrodestra non conviene che qualcuno se ne ricordi, o ne parli.
"C'è stata un'opera di sabotaggio sin dal primo momento", dice Bassanini. Da quando, cioè, approvata la riforma dai due rami del Parlamento, tutte le forze politiche, per opposte ragioni, chiesero il ricorso al Referendum confermativo.
Tutte o quasi: la Lega, pur sapendo che non ce ne sarebbe stato affatto bisogno, pretese di andare alla raccolta delle firme (500.000, secondo la legge). Ufficialmente per far sentire il peso della piazza, in realtà per prendere tempo, e non sottoporre la questione ai cittadini in concomitanza con le elezioni politiche del 13 maggio.
Si fosse tenuto allora se ne sarebbe almeno parlato!
Ma cos'è un referendum confermativo?
È un istituto importante previsto dalla nostra Costituzione, all'articolo 138
Il meccanismo di modifica costituzionale prevede che per riformare la legge fondamentale della Repubblica sia necessaria una doppia votazione di entrambe le Camere a distanza di non meno di tre mesi l'una dall'altra e con la maggioranza assoluta degli aventi diritto (non dei presenti)
Una volta approvata la modifica costituzionale, però, cinque regioni o un quinto dei parlamentari o 500.000 cittadini possono chiedere che tale legge sia sottoposta al parere popolare.
Senza vincoli di quorum: il referendum confermativo, infatti, viene vinto da chi ottiene la maggioranza dei voti espressi.
Quindi quello del 7 ottobre è un referendum vinto in partenza?
Non è detto; e comunque, non è solamente questo il punto.
Il punto, infatti, è "la valutazione politica cui si presterà l'esito". Perché, qualora i SI' vincessero con una bassa partecipazione popolare, allora la maggioranza potrebbe giudicare tale risultato, seppure valido, politicamente irrilevante e procedere d'imperio a proprie modifiche costituzionali, da approvare a colpi di maggioranza.
Per questo il governo non vuole avere le mani legate da una partecipazione massiccia alla consultazione elettorale. Da qui la consegna del silenzio e la conseguenza paradossale che "a 15 giorni dal voto, 9 italiani su 10 non sanno che il 7 ottobre verranno chiamati a votare addirittura per modificare la nostra Costituzione"
Esito paradossale per una riforma che solo un paio di anni fa era voluta da tutti o quasi gli schieramenti politici.
"L'hanno sostenuta, negli anni passati, anche i governatori delle regioni del Polo, i quali sono tuttora orientati per il SI'. L'unico contrario è Galan, presidente della regione Veneto, più vicino a Bossi che all'ala moderata della Cdl."
E l'hanno sostenuta a ragione, perché l'idea sottesa è di permettere al Paese di giungere, dopo i passi fatti in direzione del federalismo amministrativo e fiscale, al cosiddetto "federalismo solidale e cooperativo": un federalismo che "riconosce alle regioni i poteri propri degli stati federali, e tuttavia si preoccupa di salvaguardare i diritti costituzionali fondamentali di tutti i cittadini, in qualunque parte del territorio nazionale vivano, indipendentemente dal luogo di origine e di residenza"
Ma a cosa serve il federalismo?
"Oggi" continua il senatore "le moderne società complesse si governano molto meglio se si distribuiscono i compiti e le responsabilità fra i diversi organi amministrativi": ciò che può essere fatto a livello locale deve essere fatto a livello locale, dove si conosce concretamente il territorio, con le sue peculiarità e le sue esigenze.
Lo Stato di tipo federale è, infatti, quello più adatto alle esigenze delle moderne società complesse.
Gli unici a non rendersene conto sembrano essere proprio i membri dell'attuale Governo, Lega in testa.
Un esempio? "Si veda il progetto di legge Lunardi: il più macroscopico esempio di centralismo della storia dell'Italia dalla Costituzione del '48". Con questa legge, "per la prima volta i Comuni vengono espropriati dei poteri di decidere del proprio territorio e dei propri insediamenti. Il CIPE potrebbe decidere di autorizzare una qualche costruzione davanti al Colosseo senza chiedere il parere del Sindaco o del Consiglio comunale di Roma. Sarebbe sufficiente che quei lavori venissero inseriti nell'elenco di opere che il Governo, insidacabilmente, stila!"
E l'unità nazionale?
Deve restare il collante concreto e ideale della nostra gente.
Federalismo significa rispetto delle peculiarità ma anche del diritto di tutti i cittadini del territorio nazionale.
Significa, soprattutto, rispetto dell'identità culturale e ideale propria del Paese.
Gli Stati Uniti, che sono stati il primo Stato al mondo a dotarsi di struttura federale, vantano orgogliosamente "un fortissimo senso di unità nazionale"
Ed è normale: non ci può essere contrapposizione né fra federalismo e solidarietà né fra federalismo e unità nazionale.
Sandro Invidia
sandro.invidia@arengario.net
I CONTENUTI DELLA LEGGE DI CUI IL REFERENDUM CHIEDE L'APPROVAZIONE
28 settembre 2001