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La ballata di Fausto
Un racconto di Andrea Frova

Egon Schiele - donna seduta con gamba ripiegata - galleria Narodni Praga
Betta si stava rivestendo velocemente, la sua sagoma sottile stagliata contro il vano della finestra, il reggiseno rosso di stoffa pesante, la camicetta di cotone, le mutandine - prima una gamba, poi l'altra - infine la gonna corta, eccessivamente attillata per un corpo sprovvisto di anche e un sedere asciutto come quello di un ragazzino.
  - Vestiario UPIM - pensò Fausto, che l'osservava disteso sul divano letto, tenendo le braccia conserte dietro la nuca, le gambe divaricate, il pene senza vigore rovesciato di lato nel solco inguinale. - Non ci siamo praticamente parlati, oggi, sono quasi contento che non si fermi a cena.
  - Ti trovo sempre più estraneo, Fausto - disse lei finalmente, quando ebbe completato di vestirsi e di pettinarsi. - Sei turbato dai pensieri. Non lavorerai troppo?
 - Può darsi, Betta, è così mortificante: carte, timbri, verifiche… carte, timbri…
  - Ci vorrebbe qualcuno che si occupi di te, che ti aiuti a valorizzare la tua vita. Dovremmo metterci insieme, magari sposarci.
  - Non sono pronto, Betta. Ti lascerei sempre sola, sai quanto tenga al mio tennis. La sera ti toccherebbe sorbirti la mia musica, non saprei rinunciarvi. Tutti i concerti…
  - Ho accettato tutto, pur di non vederti scontento, anche di fare all'amore in questo modo: due volte alla settimana, poi ognuno per conto suo.
  - L'amore lo facciamo bene, è raro che vada in bianco.
  - Sì, come una ginnastica. Mai che ti preoccupi di dirmi qualcosa di carino, mai che presti attenzione alla mia persona.
  - Stavo proprio per farti un complimento sulla nuova camicetta…
  - Nuova! L'avrò messa chissà quante volte…
  - Però è graziosa.
  - L'ho pagata una sciocchezza. E la gonna, quella sì è nuova, cosa ne pensi?
  - Direi che è parecchio sexy -. Fausto si alzò a sedere sull'orlo del divano e mise i piedi per terra. - Stai scappando, vero?
  - Sì, stasera papà ci tiene che pranzi a casa.
  - I soliti parenti, immagino.
  - Dovere… Non mi dai un bacio prima che ti lasci?
Fausto si alzò, la prese tra le braccia senza troppo ardore e premette una guancia contro quella di lei. Un breve abbraccio, poi si mosse verso la stanzetta da bagno. - Allora, ciao, ci vediamo martedì. Domani ho la partita di coppa Lazio. Cerca di passare una buona domenica.
 
Un sabato come infiniti altri. Ritorno dall'ufficio, spuntino rapido a base di tramezzini, un po' di lettura - giornale e libro - scopata con Betta. Ma ora, finalmente, avrebbe avuto per sé il resto della giornata; tutto per sé e per il suo meraviglioso pianoforte, che lo aveva atteso nell'angolo del soggiorno con tanta encomiabile pazienza. Che triste destino, per quello strumento, finire preda delle sue goffe mani! Uno Yamaha mezza coda di primissima qualità, una meccanica superba, un suono ricco e vellutato, un prezzo proibitivo. I risparmi di tredici anni di lavoro, da quando aveva conseguito, nella nebbiosa Padania, il diploma di ragioneria. Perfino casa aveva dovuto cambiare, pur di avere un soggiorno adatto a non mortificare i pregi dello strumento. Il soggiorno era l'unica stanza, bagnetto a parte: Fausto era costretto a mangiarci e dormirci, a farci l'amore, ma poteva contare sui suoi bei sessanta metri quadrati e forse più. Ci sacrificava poco meno di metà dello stipendio, benché l'appartamento si trovasse all'ottavo piano di un caseggiato popolare, con i piccioni che gli entravano dalle finestre e sporcavano un po' dappertutto, senza rispetto nemmeno per lo Yamaha. Un paio di volte si era trovato dei grossi schitti variopinti sul coperchio dello strumento, ma per fortuna la lacca giapponese era così tenace che, una volta puliti, non avevano lasciato traccia. E nemmeno il grande Buddha di cera rossa, che aveva comprato a Chinatown di New York nell'unico suo viaggio oltre oceano e che teneva in bella mostra su uno scaffale accanto allo Yamaha, aveva troppo sofferto, malgrado il fatto che in una di tali occasioni fosse stato letteralmente innaffiato di escrementi.
 Eccolo lì il suo tesoro, nero e lucido, massicciamente piantato sui quadrelli delle tre gambe, docile ed esigente, schiavo devoto e maestro severissimo allo stesso tempo. Fausto lo guardò con tenerezza, quasi per scusarsi della sua improntitudine. Già, perché in realtà lui non sapeva suonare, o almeno ci riusciva così a stento da vergognarsi di parlarne. Betta sapeva dei suoi grotteschi tentativi di imparare da solo - all'età che aveva! - ma a lei della cosa non importava gran che. Ai pochi amici che passavano a trovarlo, Fausto aveva giustificato la presenza dello strumento con qualche frottola: faceva parte dell'arredo, era in custodia per conto di un tale in congedo all'estero, e via dicendo. Eppure, con quanto accanimento stava provandosi a venirne a capo! Si era comprato tutti i manuali che aveva trovato da Ricordi e passava un paio d'ore al giorno a fare scale, arpeggi, esercizi d'ogni genere e perfino - quando la sua pazienza si esauriva - autentici pezzi di musica. Per esempio, la sonata in do diesis minore di Beethoven Al chiaro di luna: l'adagio sostenuto ormai gli veniva per intero. E la marcia funebre dalla sonata in si minore di Chopin: non era perfetta, sicuramente, ma le note c'erano tutte, e al posto giusto. Però, quando la ascoltava dai dischi, gli riusciva fin troppo facile accorgersi dei suoi limiti. Per consolarsi, pensava che le differenze tra i vari esecutori erano tali e tante - l'interpretazione di Martha Argerich a forti chiaroscuri, per esempio, contro quella asciutta, quasi geometrica, di Wladimir Horowitz - che anche la sua versione poteva rendersi accettabile.
 I guai cominciavano quando dagli adagi, o al massimo andanti, doveva passare ai tempi più veloci. Quelli erano off limits, a meno che non si trattasse di facili rondò o musette concepiti a scopo didattico, sul tipo di quelli che Bach aveva raccolto nel celebre album destinato ai figli e alla moglie Anna Magdalena. - Sono cavoli acidi - diceva sempre Fausto quando si cimentava con un allegro; ma non demordeva, si accaniva contro l'impossibile, fidando che un giorno, prima o poi, avrebbe sormontato l'ostacolo. Purtroppo, più andava avanti, più i suoi progressi quotidiani divenivano meno percettibili. Se però si riascoltava, a distanza di mesi, attraverso le cassette che sistematicamente aveva registrato, eccome se notava le differenze! Il suo Chiaro di luna dei primi tempi sembrava la filastrocca di un cantautore alla Gino Paoli, un orrore tale da far venire nausea. E persino qualche studio di Chopin, di quelli lenti, che all'inizio deturpava malamente, giungeva adesso a compimento senza troppa infamia. Questa constatazione gli era di conforto: gli poneva dinnanzi un obiettivo, lontano ma forse non irraggiungibile, gli dava il senso di costruire qualcosa.
 E poi c'era la composizione. Si era studiato diversi testi di armonia e gli riusciva - senza troppa difficoltà, a onor del vero - di mettere su carta delle buone idee, anche se non del tutto affrancate dall'influenza delle composizioni che, assimilate in grande quantità, condizionavano la sua forma mentis. Quest'attività lo faceva impazzire di godimento. Peccato che raramente gli riuscisse di suonare ciò che componeva, o almeno di suonarlo come gli sarebbe parso necessario. Tonalità sovrapposte, tempi spezzati o irregolari, intervalli eccezionalmente estesi, di nona, di decima, accordi multipli oltre gli estremi confini della dissonanza, tutto ciò che Fausto aveva concepito era parecchio al di sopra dei suoi modesti mezzi di esecutore. Riascoltarsi dalla cassetta era un'autentica pena. Gli sarebbe mai accaduto di sentire la sua musica suonata da un vero concertista? Tutto avrebbe dato, pur di conoscere questa gioia.
 
Quando fu lavato e rivestito, si fece un whisky con ghiaccio, poi sedette al pianoforte. Prima di sollevare l'asse che copriva la tastiera, vi alitò sopra e lo deterse con il gomito della camicia. Aveva davanti i fogli della prima ballata di Chopin, l'opera 23, quella che più di ogni altra musica, all'ascolto, sapeva proiettarlo in un universo di gioia quasi irreale. Non aveva mai osato tanto, ma perché anche lui non avrebbe avuto il diritto di provarsi a consumare quel piatto prelibato? Chopin e lo Yamaha - si disse - sarebbero stati comprensivi: la frustrazione che ne avrebbe tratto era un prezzo sufficiente a fargli riscattare la profanazione.
 Analizzò accuratamente le prime pagine della partitura, giacché non era ancora abbastanza bravo da leggere e suonare a prima vista. Lo aiutava il fatto di aver ascoltato quel pezzo infinite volte sia in concerto, sia attraverso le registrazioni. Claudio Arrau, il pianista cileno, era colui che più si avvicinava al modo in cui Fausto avrebbe inteso quella composizione. Nulla di sentimentale, nulla di frivolo, ma piuttosto un'opera vigorosa ed esigente.
 La sequenza delle prime note, come uscirono dalle sue dita impacciate, lo ferì nel profondo dell'animo. Dove si erano nascosti l'esitante passione, l'ambigua melanconia, il canto lirico e struggente, che lo sopraffacevano quando ascoltava l'inizio di Arrau? - Dio mio, disgraziatissimo Chopin, come ti sto riducendo! - si disse, provando di nuovo a suonare le misure di attacco, questa volta con maggiore scioltezza. - Eppure so come ti vorrei, ti sento nell'intimo delle mie fibre. Sono le mani che si rifiutano, mani maledette, mani di merda!
 
Due ore più tardi, prima ancora di avere girato la seconda pagina, Fausto decise di arrendersi. - Non è aria - commentò a voce alta. - La musica è altra cosa. Mi farò un boccone, poi ci riproverò -. Mentre si cuoceva un hamburger, gli venne fatto di pensare a quando, ragazzo, quella ballata l'aveva sentita per la prima volta in diretta, proprio da Arrau, appeso come un pipistrello al corrimano d'ottone della galleria della Scala. La galleria superiore, quella che costava poco o niente. Faceva file di ore, a quel tempo, per ascoltare i grandi pianisti, che solo così divenivano accessibili anche a lui, studente squattrinato. E poi altre file per farsi mettere un autografo sul programma: Arrau gli aveva fatto un grande svolazzo, in stile D'Artagnan, e Edwin Fischer - il grande interprete di Mozart - si era firmato Edvino Pescatore, accompagnandosi con una sonora risata e dandogli una pacca sulla spalla: - Tu tofer essere crande affeczionato, io ti afere riconosciute, topo konzerto ano passato -. E Walter Gieseking, e Wilhelm Backhaus, e Arthur Rubinstein, e Kempff, e Brailowski - ah, quelle indimenticabili ballate di Chopin, ancora e sempre le ballate, sotto le dita di Brailowski! Erano tutti scomparsi dalla scena, quei grandi, ma Fausto ragazzo li aveva sentiti, visti, toccati, fatti prigionieri dei suoi foglietti di carta. Foglietti perduti, naturalmente. Ma non le grandi emozioni, incise nel suo spirito per la vita.

 Squillò il telefono: - Sì, pronto?
  - Il signor Fausto Fortuna?
  - In persona.
  - Signor Fortuna, lei non mi conosce. Mi consenta, la prego, di presentarmi in un secondo momento. Vorrei esprimerle il mio apprezzamento per il suo lavoro con Chopin.
  - Chopin? Che intende dire?
  - Non esiste grande pianista che non sia affascinato all'idea di cimentarvisi.
  - E perché, di grazia, lo viene a dire a me?
  - Perché lei si sta appunto cimentando con Chopin.
  - Ma io non sono un grande pianista. Anzi, nemmeno un pianista. Qualcosa di meno di uno strimpellatore. In tutta sincerità, sono uno che fa assolutamente schifo!
  - Fossi in lei, sarei meno modesto. Non è detto, mi creda.
  - E via, i miracoli non esistono. Non basta la passione per riuscire. Anche con il tennis: crede che non mi dia da fare in tutti i modi possibili? Eppure pallettaro sono e pallettaro resto. Quando provo a smecciare, mi dò racchettate sulle gambe. Mi scusi, sa, se faccio uso di questo gergo sportivo… lei è una persona che non conosco, ma mi ha dato confidenza prendendomi sul serio come pianista… Mi tolga la curiosità: come ha fatto a sentirmi suonare, è forse mio vicino di casa?
  - No, io vivo in tutt'altra parte del mondo, ma credo di avere uno speciale intuito per queste cose… diciamo un sesto senso, forse anche un settimo, forse qualcosa di più.
  - Stavolta ha preso un abbaglio. Mi perdoni la franchezza, ma evidentemente non mi ha sentito… Chi gliene ha parlato allora, Betta forse?
  - Betta non se ne ricorda nemmeno, quando esce dalla sua casa…
  - Allora la conosce.
  - Naturalmente. Come conosco lei, signor Fortuna, anche se dubito che saprebbe dire chi sono, nel caso ci incontrassimo. Il che mi piacerebbe molto, perché avrei in mente una proposta interessante da farle.
  - Che genere di proposta, scusi, signor… signor…?
  - Qualcosa che cambierebbe la sua vita. Immagino che le interesserebbe, e parecchio.
  - Ha a che fare con Chopin?
  - Naturalmente.
  - Io non ho un soldo, non posso nemmeno permettermi di prendere lezioni.
  - Non le costerà nulla, le assicuro, avrà soltanto vantaggi. Ma non posso parlargliene così, per telefono. Vi sono dettagli da tenere riservati. Non potremmo incontrarci da qualche parte?
  - Le confesso che mi ha messo una pulce nell'orecchio.
  - Allora è un sì?
  - Va bene…
  - Facciamo domani alle sei di pomeriggio?
  - Perfetto, a quell'ora il mio tennis dovrebbe essere finito.
  - Dove?
  - Che ne dice di Villa Torlonia, su una delle panchine che stanno sul retro del fabbricato principale?
  - Le tre addossate alla rete di protezione?
  - Appunto.
  - D'accordo, allora. Terrò bene in vista l'ultima copia di Piano Time.
  - Mi perdoni se insisto - Fausto non si sentiva del tutto a suo agio. - Lei mostra di conoscere tutto di me, ma io di lei non so nemmeno come si chiama. Vuol essere così gentile…
  - Sarei poco cortese se rifiutassi: il mio nome è Jack Lamort. Non è un nome italiano, le dirò, sono cittadino di un altro paese.
  - Da come parla la nostra lingua, è impossibile accorgersene.
  - Ho casa nel New Jersey, alla periferia di New York, proprio accanto a Leonard Bernstein.
  - Ah, ed è da lì che telefona?
  - Sì. Ma non abbia timore, sarò all'appuntamento. A domani.
  - A domani - rispose Fausto, sentendo il telefono fare clic nel momento stesso in cui ebbe concluso l'ultima parola. - Boh - pensò - che razza di telefonata, mi ha messo davvero in curiosità. E uno crede di averne sperimentate abbastanza! E se questo Lamort fosse un malintenzionato? No, non è possibile, Villa Torlonia è zeppa di gente, non avrebbe accettato un appuntamento del genere. Però, quella storia che arriva dal New Jersey… peggio che vada, se mi crea dei problemi lo pianto in asso.
 
* * *

Egon Schiele - autoritratto - Museo storico della cittą Vienna
 Fausto giunse a Villa Torlonia con alcuni minuti di anticipo sull'ora fissata. Salendo da via Nomentana, aggirò la villa sulla destra e sbucò sullo spiazzo posteriore. La luce era abbagliante, malgrado il sole basso del pomeriggio avanzato. Alberi imponenti e una rigogliosa vegetazione facevano contrasto con l'immagine degradata dell'edificio. Finestre sfondate malamente, tappate alla bell'e meglio con assi di legno, cornicioni sbocconcellati, intere zone dell'intonaco in rapido sgretolamento: qualche decina di anni erano bastati a ridurre quel gioiello architettonico in uno spettrale simulacro di opera umana. - Che sede ideale per eventi culturali, musica, arte, scienza - pensò, come altre volte aveva fatto dinnanzi a quella devastazione. - Però i soldi per stadi e chiese si trovano sempre. Paese di peracottari!
 Diresse lo sguardo alle panchine, in cerca dell'uomo che lo aveva invitato a quell'incontro. Nessuno. Nessuno almeno che desse mostra di essere lì per lui. Le tre panchine erano tutte occupate: una famigliola con lattante in carrozzella, un paio di vecchietti, alcuni giovani in divisa militare. Fece qualche passo avanti e indietro, studiando la gente che affollava il prato o vi passava di corsa sbuffando per l'ennesimo giro di jogging. Quando si volse nuovamente nella direzione della villa, fu colto di sorpresa: i soldati erano scomparsi e al loro posto, seduto esattamente al centro della panchina, si trovava un uomo con una rivista in mano. Piano Time, non v'erano dubbi.
 Fausto si mosse in quella direzione, mentre il cuore cominciò ad accelerargli nel petto. L'altro si alzò deciso e fece un passo incontro a lui, senza tuttavia tendergli la mano:
  - Signor Fortuna, sono molto contento che abbia potuto mantenere l'impegno. Prego, si accomodi qui accanto a me, per prima cosa desidero mostrarle l'oggetto che ho portato per lei -. Fausto docilmente obbedì. Nondimeno, la sua agitazione subì un crescendo, se non altro per lo shock provato alla vista ravvicinata dell'interlocutore. Il suo aspetto sfuggiva a ogni adeguata descrizione. D'una secchezza impressionante, aveva un collo che si perdeva nel colletto smisurato della camicia e un volto stretto e lungo, solcato da rughe intrecciate in tutte le direzioni, d'un colore che oscillava tra il grigio e il bluastro a seconda della provenienza dell'illuminazione. Radi i capelli, i denti divaricati. Gli occhi infossati, senza una parvenza di espressione, si sarebbero detti dei globi di vetro smerigliato. Indossava un doppiopetto di panno scurissimo, praticamente nero, che a Fausto fece venire in mente quel genere di persone - tipo funzionari di pompe funebri - con cui si esclude subito ogni prospettiva di rapporto confidenziale.
  - Jack Lamort, bel nome, sembra inventato apposta per lui - non poté fare a meno di osservare tra sé e sé, affettando tuttavia, nel miglior modo che seppe, una amabile disponibilità. Era maledettamente incuriosito, doveva ammetterlo, ma non meno sconcertato, per non dire addirittura in stato di apprensione.
  - Lei ha più dimestichezza con la contabilità, signor Fortuna - esordì lo sconosciuto, con un sorriso forzato - ma sono certo che è in grado di apprezzare le meraviglie che l'elettronica ci riserva per il futuro -. Estrasse dalla tasca una scatoletta nera, non più grande di un pacchetto di sigarette. - Vede, io ho ideato un minuscolo cervello elettronico capace di realizzare per me qualsiasi cosa io desideri. Praticamente qualsiasi. È in grado di captare pensieri, volontà, intenzioni, attraverso i campi elettromagnetici che emanano dalla persona: cervello, cuore, sesso, tutto è sotto continuo monitoraggio.
  - È un settore dove capisco poco, lei può convincermi di qualsiasi diavoleria. Però stento a crederci: possibile che non mi sia mai accaduto di sentir parlare di apparecchi del genere?
  - Possibile, anzi sicuro. Non esistono normali menti umane capaci di realizzare un simile prodigio.
  - Perché allora lei non mette la sua invenzione al servizio degli uomini?
  - Gli uomini non hanno ancora saputo dotarsi di una società giusta. Userebbero la mia idea per la propria distruzione, e questa è l'ultima cosa che voglio.
  - Però a me la sta offrendo.
  - So quello che faccio.
  - Se anche finissi per crederle, mi domando se è una prospettiva interessante quella di sapersi monitorati istante per istante.
  - Le basta se le dico che lei, pochi attimi orsono, ha fatto un certo tipo di collegamento tra il mio aspetto e il mio nome?
  - Perlamadonna! - scappò detto a Fausto, che quando era preso alla sprovvista aveva la tendenza a usare le esclamazioni prettamente lombarde della sua infanzia. Lei deve possedere un formidabile intuito.
  - Questo è senz'altro vero. Ma c'è di più. Io potrei ripeterle parola per parola tutto ciò le che è passato per la testa negli ultimi minuti. Ho sintonizzato l'apparecchio sulla sua persona non appena l'ho intravista -. Jack Lamort recitò le considerazioni che Fausto aveva fatto a proposito del degrado della villa, dei joggisti, dei bambini in carrozzella, dei soldati di leva.
  - Incredibile! - esclamò Fausto - Ma come fa, signor Lamort, a comunicare con il computer?
  - Vede questo piccolo bottone dorato che nascondo dietro il lobo dell'orecchio? È il trasduttore che pone in collegamento i segnali del computer con quelli del mio sistema nervoso. Io non mi accorgo di nulla: semplicemente so tutto quello che serve nel momento giusto.
  - Immagino che è di questo gadget che lei vuole trattare… ma io cosa potrei farmene? - Fausto era totalmente frastornato, cominciava a non capire più nulla, salvo che gli toccava arrendersi all'evidenza.
  - Un gadget, come l'ha definito lei, che sa fare assai di meglio. L'interazione è a doppio senso. Può anche interpretare le mie intenzioni e tradurle in atti, agendo direttamente sui centri nervosi che guidano i miei movimenti. Mi consente di porre in essere tutto ciò che la mia mente riesce a concepire, e talvolta va persino più lontano.
  - Musica, per esempio?
  - Esattamente. Le dita di un pianista possono farsi condurre lungo tracce ideali, che nemmeno il più grande maestro della tastiera saprebbe percorrere.
  - E se le mie concezioni fossero meschine, vuote di sostanza e di cultura?
  - Smetta di essere modesto, signor Fortuna: in linea astratta, lei ha un concetto molto chiaro della perfezione. In ogni modo, il mio computer non si fermerebbe per così poco. Può accogliere nella sua memoria tutto Chopin, Beethoven, Schubert, per esempio. Anzi, tutte le esecuzioni che lei sarà capace di reperire sul mercato discografico. Saprebbe scegliere per lei il meglio del meglio, misura per misura. Lei non avrebbe che da affidarsi interamente alla macchina.
  - Questo non mi interesserebbe, mi sentirei un usurpatore. Altra cosa è superare i limiti fisici della mia improntitudine, il condizionamento posto dall'insufficienza di tempo e di preparazione… Questo sì, questo lo vorrei con tutto il cuore.
  - E lo avrà, signor Fortuna, lo avrà. Glielo garantisco.
  - Lei mi disse per telefono che non mi costerà nulla…
  - Per adesso, le offro la mia invenzione a titolo gratuito. Soltanto se funzionerà, lei si impegnerà a cedermi tutti i beni materiali che potranno derivare dalla sua celebrità. I vantaggi concreti.
  - A questi non mi sono mai sognato di pensare! Ricchezza… potere… che vuole che me ne importi, di fronte alla prospettiva di dar corpo al mio respiro interiore! Realizzare la perfezione, non limitarsi soltanto a concepirla…
  - Immaginavo che l'avrebbe vista in questo modo, signor Fortuna. Tra noi, dunque, intesa perfetta. Naturalmente non posso pretendere che lei viva nel modo in cui ha vissuto finora, il suo rango non lo permetterebbe. Avrà un'abitazione adeguata, un autista, un segretario, avrà tutto il denaro di cui sentirà bisogno, sarà sollevato da qualsiasi preoccupazione. Ma non più di questo.
  - Ancora non riesco a capacitarmi. Perché non applica la sua invenzione direttamente a se stesso? Non le mancheranno delle aspirazioni…
  - Non mi frutterebbe altrettanto. Lei non ha idea, signor Fortuna, di quante celebrità ci sono in giro che si portano addosso il mio dispositivo. Ivan Lendl, per esempio, visto che lei è un appassionato del tennis. Ha il mio cervello elettronico inserito nel manico della racchetta -. Fausto trasalì. Il signor Lamort precisò: - Ha ragione, non è eccelso. Ma se fosse stato appena più dotato per parte sua, avrebbe attinto vette degne della storia. Vede, signor Fortuna, a me conviene di più stare nell'ombra e limitarmi a incassare.
  - Alla lunga finirà per annoiarsi mortalmente…
  - C'è un altro aspetto che debbo menzionare. È di carattere, diciamo così, professionale. Colleziono le anime di coloro che accettano di stringere affari con me.
  - Le anime?
  - Credo di essere stato chiaro. Ha mai sentito di qualcuno che abbia concluso accordi del genere che le sto proponendo, senza dover rinunciare al possesso della propria anima? È una clausola implicita. Storica, direi.
  - Oh, diavolo d'un signor Lamort! - Fausto rise sonoramente. - Se la prenda pure la mia anima, se è questo a cui tiene! Per quanto mi riguarda, sarà un impiccio di meno. Non mi venga poi a dire che le ho rifilato un bidone, qualcosa che non c'è.
  - Magnifico, allora. I miei agenti penseranno a tutto, non le faranno mancare nulla. Appena lo vorrà, potrà trasferirsi in piazza Navona: le ho fermato uno splendido appartamento all'attico, accanto a quello del primo ministro.
  - Si comincia bene - Fausto era divertito.
  - Molto più raffinato, naturalmente. Ci vada, troverà il suo nome sulla porta e dentro uno Steinway da concerto che l'attende.
  - E il mio Yamaha?
  - Il suo Yamaha non fa più per lei. Lasciamolo alle mercé dei piccioni. Per prima cosa, si preoccupi di registrare una cassetta con le quattro ballate di Chopin da far sentire a Leonard Bernstein. Con lo Steinway, naturalmente. Il resto verrà da sé, e molto in fretta.
 Fausto era sconcertato, incapace di afferrare la realtà che stava vivendo. - Che assurdità - si ripeteva - starmene qui a sentire simili fandonie! Sono ancora sano di mente o sono altrettanto pazzo di questo cadavere ambulante? - bloccò il pensiero, rendendosi conto di essere sempre sotto monitoraggio. - Come fa a sapere tutto di me senza la minima incertezza? Sono sveglio o sto vivendo un sogno? -. Si diede un robusto pizzicotto sul braccio, tanto da farsi male. - È proprio così, sono qui a villa Torlonia, una domenica di giugno, con questo Jack Lamort che mi sta proponendo un diabolico esperimento, dove avrei soltanto da guadagnare! Andarsene senza stare al gioco, senza vedere… la vita offre così poco… sarebbe puro masochismo.
  - Vedo che è convinto, signor Fortuna. Devo lasciarla, adesso, all'occorrenza mi risentirà. Prenda il gadget, come lo chiama lei, da quest'istante è suo. Lo provi da sé: sul retro ci sono poche frasi di istruzione, ma le assicuro che bastano. Ah, dimenticavo: eccole un paio di trasduttori nuovi, basta premerli contro la pelle -. Senza lasciar tempo a Fausto di aggiungere parola, il signor Lamort si alzò in piedi, gli girò le spalle, e un istante più tardi era scomparso tra la gente.
 
* * *

Egon Schiele - Schubert al piano
 Erano trascorsi appena due mesi da quando Fausto, dopo l'incontro di Villa Torlonia, aveva conosciuto l'emozione profonda di eseguire come un grande pianista tutto ciò che si era provato a suonare, ed egli si trovava a New York per un concerto nel grande Auditorium del Lincoln Center, quello che era diventato il nucleo della vita musicale della città. Grandi cartelli tappezzavano i muri attorno all'edificio, con il nome di Fausto in caratteri cubitali. "Un pianista altrettanto straordinario quanto è sconosciuto" - titolava il critico musicale del New York Times nell'articolo dove presentava Fausto al pubblico dei concerti newyorkesi. E continuava: "Sarà una sconvolgente sorpresa per tutti coloro che vivono di musica". Passava poi a spiegare come Leonard Bernstein avesse fatto la sua scoperta per puro caso, imbattendosi in una oscura registrazione privata. Altri giornali avevano ripreso l'annuncio con eguale rilievo, arrivando ad affermare che in questo secolo, probabilmente, non si era ancora visto un pianista italiano di simile statura. E forse non solo italiano.
 In effetti, Jack Lamort era stato superlativo. Aveva mandato un emissario alla nuova casa di Fausto a ritirare la registrazione delle ballate e l'aveva sottoposta a Bernstein, con cui doveva trovarsi evidentemente in notevole dimestichezza.
  - E se anche Bernstein fosse uno della schiera dei lamortiani? - si era chiesto Fausto, che pur nel totale stato di agitazione in cui era piombato dal momento in cui era iniziata la sua avventura, conservava momenti di lucidità. - Grande pianista, grandissimo direttore, buon compositore. Troppo eclettico, troppo bravo, troppo affascinante. Ma poi, che differenza farebbe: c'è chi il talento lo riceve in dono dalla natura stessa, chi lo acquisisce per altra via. Il merito è zero in tutti i casi, ciò che conta è la funzione esplicata. Ero forse più utile quando stavo dietro a un banco a timbrare fatture? O non ledevo piuttosto il prossimo, e anche me stesso, tenendo sepolta la dimensione che mi era cresciuta dentro, rinunciando a darle corpo? Quali che siano i piani di Lamort, sono sicuro di avere agito per il meglio.
 Il concerto al Lincoln Center costituiva in pratica il suo debutto, giacché prima di allora aveva dato soltanto tre o quattro recital di assaggio in sale universitarie. Erano stati dei trionfi, ma la Avery Fisher Hall del Lincoln Center era un'altra cosa, era il tempio della grande musica. Eppure Fausto suonò con la più grande naturalezza, come un antico, consumato solista. Conosceva il suo obiettivo, e questo era abbastanza. Non si preoccupava delle sue mani, le lasciava scorrere sulla tastiera come l'acqua di un torrente che segue percorsi millenari. Doveva soltanto concentrarsi sull'effetto emotivo che desiderava suscitare, sull'intenzione che aveva creduto di leggere dietro la scrittura del compositore e sulle tante interpretazioni ascoltate e sceverate nei minimi dettagli.
 Era bastato che iniziasse a suonare, perché l'orgasmo seguito al suo ingresso in sala - una sala che incuteva rispetto - svanisse d'incanto. Era stato accolto da un applauso fragoroso, un applauso che per tutta la vita aveva ascoltato dal lato della platea, un applauso che lo aveva letteralmente tramortito. Il suo Chopin fu memorabile; i suoi rubati, impercettibilmente espansi, così morbidi e accattivanti da lasciare col fiato sospeso e stimolare la sensualità stessa degli uditori.
 L'ovazione finale non ebbe termine, i suoi bis si protrassero per un tempo quasi pari alla seconda parte del concerto, che aveva dedicato ai Quadri di un'esposizione di Mussorgski, come li ricordava nell'esecuzione memorabile di Alexander Brailowski nel concerto scaligero della sua infanzia.
  - Che magnifico pubblico! - pensava Fausto, dopo il suo rientro in albergo. - Non certo quello di Roma, che si scortica le mani ad applaudire i divi e snobba i veri professionisti -. Un'ombra scese sopra il suo compiacimento. - Ma Lamort, che è successo di Lamort? Vorrei sapere perché non si fa mai sentire. I suoi agenti arrivano dappertutto, ogni questione è risolta prima ancora che io ne venga a conoscenza. Ma lui dov'è? Se una volta si facesse vivo, perlamadonna, mi sentirei più tranquillo -. Si buttò sul letto, guardando gli stucchi del soffitto. - Però che sogno, che impossibile sogno! Lo squallore del passato, il mio ufficietto di merda, la mia piccionaia nel quartiere Prenestino. Tutto sepolto in un'esistenza dimenticata. E Betta? Povera Betta, chi si è più ricordato di lei! È lei che paga il prezzo di tutto questo…
 
* * *

 Due anni più tardi, la fama di Fausto era divenuta universale. Aveva suonato con le più celebri orchestre, a Londra, a Vienna, a Berlino, a Tokyo, e naturalmente in tutte le più importanti sale da concerto degli Stati Uniti. Leonard Bernstein lo aveva preso sotto la sua diretta protezione, anche se ripeteva spesso di sentirsi al di sotto di lui. Ma a Bernstein piaceva farsi smentire, e Fausto si premurava sempre di non deluderlo. Lamort, per contro, continuava a non esistere, anche se la sua azione dietro le quinte era sempre inconfondibilmente presente. Se non altro perché, dei tantissimi denari che erano girati attorno ai concerti, alle riprese televisive, alle registrazioni di Fausto, ben pochi erano passato per le sue mani. Ma quello era il patto, e a Fausto stava bene.
 Il suo quinto concerto al Lincoln Center fu caratterizzato da una novità: per la prima volta Fausto eseguì una sua composizione, la Ballata dello gnomo, che in senso lato gli era stata ispirata dalle sue vicende. Era basata sull'intreccio di tre diverse tonalità, continuamente dissezionate e rifuse insieme. La sublimazione, in un certo senso, di certe musiche mahleriane. Iniziava con le stesse quattro drammatiche note della Quinta di Beethoven - ti ti ti taa - seppure abbassate di un'ottava e mezza per ferire il pubblico nelle viscere, ma poi prendeva quota attraverso stadi crescenti di suono, in un respiro sempre più ampio e traboccante di forza vitale. La chiusura giunse brusca, dopo una sequenza di note impazzite, con entrambi i pugni calati ripetutamente sulle corde più spesse e fatti rimbalzare in alto contro il legno della copertura. Un boato seguì la fine del pezzo, e Fausto fu obbligato a ripeterlo per intero.
 L'avvenimento fu festeggiato con un grosso party nella villa di Bernstein: Short Hills, New Jersey, mezz'ora di auto da Manhattan. Era una piccola reggia, situata nel verde di prati tondeggianti e querce secolari. Fausto vi giunse con la lussuosa vettura posta a sua disposizione dal Maestro.
  - Fausto! - lo accolse Bernstein quando finalmente si incrociarono, parlando un buffo italiano alla Stanlio e Ollio. - Tu essere superstar, tu essere il più grande fenomeno che io avere incontrato: oggi io vergognato di essere stato pianista!
  - Merito tuo, Leonard: il mondo è pieno di grandi esecutori che non emergono mai dalle pareti di casa loro. Così era stato per me, finché non siete comparsi tu e Jack!
  - Jack, quale Jack?
  - Jack Lamort.
  - Non conoscere alcun Jack Lamort.
  - Jack Lamort, non te lo sarai per caso già scordato!?
  - Non sempre, Fausto, io capire tuo senso di humour. Troppo sottile. Stasera io avere in mente cosa importante: tu incontrare Sophie, mia nuova protegée, austriaca, bravissima violinista, affascinante. Io essere certo voi fare eccezionale accoppiamento. Anche musicale, intendo.
  - Sophie Perlemutter, deve essere - pensò Fausto, seguendo il Maestro. - Quella che era stata una bambina prodigio. Bella, se ben ricordo, molto bella, una giovane donna da sognare…
 Bernstein lo condusse tra la gente nella direzione della piscina, sul cui bordo si trovava un gruppo di signore, tutte in sfarzosi abiti da sera e con pesanti monili al collo, quasi mai di buon gusto. Tra loro, senza confronto, la più incantevole era Sophie, nell'abito e nella persona. Dio, che corpo - pensò Fausto - che lineamenti fascinosi, che scollo discreto eppure sessualmente esplicito! E uno sguardo e un sorriso capaci di sciogliere il più coriaceo degli esseri umani. Quando lei alzò gli occhi trasparenti su di lui, rivelando quasi di essere in sua attesa, Fausto si sentì letteralmente trasecolare. Che brivido di piacere nel rendersi conto di essere oggetto di attenzione da parte di una simile creatura! Fausto si presentò in tedesco, una lingua che era certo di non conoscere, ma che gli venne alle labbra con naturalezza. - Lamort - pensò, mettendo la mano in tasca e stringendo tra le dita il piccolo cervello elettronico. - L'avrà programmato nel suo gadget, anche se non me l'ha mai fatto sapere.
 Alle parole che Fausto aveva pronunciato nella sua lingua, Sophie era arrossita. Rimase come interdetta, cercando di rispondere a fior di labbra. - Incantevole - pensò di nuovo Fausto, arrossendo a sua volta. - Così impacciata è ancora più desiderabile -. Si rese conto che nessuna donna, mai, gli aveva fatto colpo in modo così subitaneo. - Sophie Perlemutter… - disse con un filo di voce, sempre in tedesco. - Naturalmente la sua bravura mi era ben nota prima che Leonard me ne parlasse -. Fece una pausa, cercando altre parole. - Sono molto fiero che lei abbia scelto Paganini come specialità…
  - Signor Fortuna - disse lei finalmente, passando all'inglese. - Non mi imbarazzi con frasi di cortesia, la prego. Lei, piuttosto… lei… lei… - non seppe continuare e si rifugiò in un timido sorriso di quelli che a Fausto producevano alterazioni del ritmo cardiaco.
  - Io sono soltanto una persona che un giorno si è imbattuta nella buona sorte. Lei invece… Ricordo di averla sentita per la prima volta quando aveva dodici anni: un talento naturale, la sua fusione con il violino era perfetta già allora.
 Sophie trovò un po' di coraggio:
  - Oh, signor Fortuna, io sono venuta più volte ai suoi concerti, ultimamente, e non smetto di chiedermi quali traguardi lei potrà mai raggiungere. Il suo pezzo, oggi, è stato una rivelazione -. Le signore benvestite che facevano corona assentirono collettivamente. Sophie parlò con foga crescente: - Quale dominio dei mezzi di espressione sonora, quale impressionante azione sulle leve della nostra mente!
  - E dei nostri sensi - aggiunse Bernstein a gran voce, ricomparendo sulla scena dopo essersi momentaneamente allontanato in cerca di champagne per i due giovani concertisti. - Mozart diceva: "Io cerco le note che si amano". Fausto ha superato questo obiettivo, Fausto cerca le note che fanno amare la vita!
 Sophie era di nuovo arrossita, Fausto non era meno imbarazzato di lei. Bernstein riprese: - Sono certo che insieme farete un duo senza precedenti. Penso al secondo tempo della Sonata a Kreutzer sotto le vostre mani: fareste finalmente giustizia di quello che dopo Tolstoj fu chiamato melenso sentimentalismo!
 Fausto batté la mano sulle spalle del vecchio musicista, con gesto tipicamente americano: - Come on, Leonard - il discorso si era stabilizzato sull'inglese - finora non ho mai pensato a suonare con altri, orchestre escluse. Temo che sarei una delusione. E comunque, occorrerebbe anzitutto l'accordo di Sophie.
  - E come dubitarne? - disse Bernstein deciso.
 Fausto volse lo sguardo verso Sophie, interrogativamente. Un'ombra di ansia gli si era disegnata sulla fronte. Lei tacque, poi sorrise nel modo che sapeva infondere a Fausto quel senso struggente di tenerezza:
  - Io… io… non avrei osato sperare tanto, ma se Leonard ritiene che sia una buona idea… e se Fausto non rinuncia a soluzioni per lui più interessanti… sì, io ne sarei lieta…
 Fausto, dentro, sentì esplodere l'esultanza. Avvertì nettissima, tra le gambe, la stimolazione dei genitali. Vuotò in fretta il calice che Bernstein gli aveva porto e con l'ultima goccia, la voce marcatamente alterata, propose un brindisi. Ci fu un applauso della piccola folla che poco a poco si era andata formando attorno a loro. Sophie alzò il bicchiere e lo fece tintinnare con quello dei due uomini - il vecchio direttore d'orchestra e il nuovo genio della tastiera - e poi con tutti coloro che le si avvicinarono per congratularsi.
 
* * *

  - Devo trovare il coraggio di farlo… - seduto di fronte al suo segretario personale nella saletta-bar del Jumbo che lo riportava in Italia dopo il lungo soggiorno americano, Fausto si parlava con fermezza, sorseggiando un whisky. - Ho già provato diverse volte, per conto mio, e non mi pare che sia andata male. Quasi tre anni di immersione totale, concerti quotidiani, tutto ciò non può non aver sortito effetti… Come suonare con un'altra persona senza essere realmente tutto me stesso? E con Sophie, poi… con lei non è soltanto suono. Il nostro rapporto sta diventando una fusione, come tenerle celato un segreto così determinante? Per quando verrà a Roma, dovrò essermi liberato del gadget. Si fece versare dell'altro whisky.
  - Forse sarebbe meglio che la Perlemutter non venisse a casa tua per la prova finale del concerto, Fausto - disse il segretario, quasi gli avesse letto nel pensiero.
  - Non ci vedo niente di negativo, Giorgio. Anzi, servirà ad approfondire la nostra intesa. Malgrado le tante prove insieme, non abbiamo mai avuto un momento per noi. Muoversi sempre su un palcoscenico… soffoca gli impulsi dell'animo.
  - Lei è così emotiva… il suo equilibrio ne risentirebbe.
  - No, ho deciso, questo rapporto va vissuto nel modo in cui evolverà naturalmente.
  - Io ti sono amico, Fausto. Ma debbo dirti: da quando frequenti Sophie, mi sento in apprensione.
  - Troppo ideale, vero? Troppo lontano dalle banalità quotidiane, per essere consentito. È questo che ti preoccupa, Giorgio?
  - Forse è questo, forse è dell'altro. Nei tuoi panni, Fausto, sarei molto, molto prudente…
 L'idea di tenere il loro debutto italiano ai concerti di Santa Cecilia era stata di Sophie: un evidente gesto di stima e di affetto per il partner, che nel suo paese non aveva ancora toccato i vertici del successo, come era invece avvenuto ovunque, a Oriente e a Occidente. In questo aveva giocato anche il peso di Leonard Bernstein, presidente onorario dell'Accademia, giacché altrimenti, senza partiti, sindacati o mafie varie a sostenerli, il tempo di attesa per Fausto e Sophie sarebbe stato lunghissimo. - Quei burocrati non ti meritano - aveva detto Bernstein a Fausto in tutta confidenza - ma Sophie ci tiene così tanto…
 Anche la visita a casa di Fausto, il pomeriggio antecedente al concerto, era stata un'iniziativa di Sophie. Per la prima volta, aveva vinto la sua ritrosia, esternando in modo esplicito il desiderio di scoprire la casa dove Fausto viveva e di suonarci, sola con lui, la Sonata a Kreutzer. Fausto non aveva mai forzato il rapporto con lei: l'adorava, si scioglieva di attrazione ad ogni suo gesto, avvampava di speranza se lei gli offriva il minimo appiglio di incoraggiamento, ma rimaneva in attesa. Troppo timoroso di compiere un passo falso, un gesto inadeguato. Sophie non avrebbe potuto capire un comportamento deciso, specie sul piano sessuale. Era questa visita a casa sua il segno che attendeva? Quasi certamente sì, dato che Sophie - ormai anche per Fausto era difficile non accorgersene - aveva occhi e pensieri soltanto per lui. Del resto Leonard Bernstein, a questo proposito, negli ultimi tempi lo pungolava paternamente con il suo corposo humour di ebreo newyorkese:
  - Per suonare bene insieme, un uomo e una donna devono cominciare con l'avere il letto in comune! Ti invidio, Fausto, capisco adesso perché ti chiami Fortuna.
 Fausto aveva accolto Sophie a Fiumicino due giorni prima e l'aveva accompagnata allo Hassler Villa Medici sopra Piazza di Spagna. Avevano cenato insieme nel ristorante pensile all'ultimo piano, in vista di una splendida Roma notturna costellata di luci; avevano suonato nelle stanze dell'Accademia, avevano anche trovato il tempo di girare insieme per la città a vedere le cose più belle e più care a Fausto. Due giorni di piena identità di interessi, di palpiti nascosti, di reciproca attrazione. Fausto era rimasto tutto il tempo in una larvata condizione di caricamento sessuale, e soltanto il suo rispetto per Sophie gli aveva proibito di chiedersi se la stessa cosa non valesse anche per lei.
 E ora Sophie era finalmente giunta da lui, più nulla li teneva a distanza. Dio, quant'era bella nel vestito azzurro che metteva in rilievo le sue attrattive, quale irresistibile emozione provocava in lui! Sophie volle vedere ogni particolare della casa, i quadri, il mobilio, le piante, le eleganti suppellettili collezionate in diverse parti del mondo. Volle provare gli splendidi divani di velluto marrone che occupavano il centro del salone. Fu commossa alla vista di piazza Navona, direttamente sulla verticale dal terrazzo, con le sue silenziose fontane e quei puntini in movimento che erano gli uomini.
  - Roma - disse in tedesco - l'ho sempre considerata il posto ideale dove vivere…
 Fausto fu tentato di dirle la verità. Che Roma, malgrado le sue opere d'arte, i suoi monumenti, il suo clima, la sua ideale collocazione tra mare, laghi e montagne, era divenuta un'autentica cloaca, regno della spazzatura e della disorganizzazione, trionfo dell'inciviltà, simbolo di disprezzo per la dignità umana. - Fontana di sterco, ostello di disgrazie, vituperio delle genti - pensò, riandando con la mente a nozioni del tempo scolastico e rammaricandosi di non potersi esprimere ad alta voce. Disse soltanto: -Senatores boni viri, senatus mala bestia. A Roma si trovano amici meravigliosi, ma l'insieme… bisogna non aver visto altro per poterlo accettare.
  - Il rapporto umano è ciò che conta, Fausto. Essere a Roma con te è l'unica cosa…
 Suonarono la Kreutzer in suprema armonia, lanciandosi sguardi di complicità, presi dalla dichiarata passione della sonata. Mai come allora, l'andante con variazioni apparve a Fausto un aperto suggerimento all'amore sessuale. Ognuno degli stimoli che quell'opera era capace di evocare fu palpabilmente presente in quella stanza. Eppure Fausto aveva lasciato da parte il suo gadget elettronico. Gli era costato del duro lavoro, ma adesso poteva consegnarsi a Sophie riscattato da ogni mistificazione.
 Quando giunsero al termine, egli si mosse verso di lei e la ricevette fra le braccia come se tutto fosse così disegnato da sempre. Si baciarono sulle labbra delicatamente, poi con maggiore veemenza, infine lei appoggiò la testa sulla sua spalla, lasciandosi andare a un pianto sommesso.
  - Sono felice, Fausto.
  - Mi ami, Sophie?
  - Oui, je t'aime - il francese era salito alla labbra di lei come ultima difesa del pudore.
  - Mi ami per la mia musica.
  - No, no, ti amo perché sei ricco di vita, sei franco, sei diverso. Diverso da tutti. Sei l'uomo che ho sempre desiderato. Tu sei Chopin, sei Mozart, sei tutti loro insieme, sei qualcosa di più, sei Fausto…
 Lui era estasiato, la baciò di nuovo, la strinse fino a farle male, le dichiarò tutto d'un fiato quello che da tempo aveva in animo di dirle. Anche lui l'adorava, lei era il solo oggetto dei suoi pensieri, lei sarebbe divenuta la sua principale ragione di vita. Si mosse con lei verso il divano e fece un tentativo di lasciarvisi cadere, trascinandola nell'abbraccio.
  - No, Fausto, non voglio adesso. Devo assaporare la mia gioia. Daremo il concerto, poi penseremo a noi stessi.
 Fausto era soverchiato dallo stimolo dei sensi, sentiva che parte del suo corpo era sottoposta a una pulsione violenta. Ma fu lucido, si lasciò persuadere, trovando che aveva aspettato tanto… Lei era sincera, meritava fiducia.
 Cenarono di nuovo sulla terrazza dell'Hassler, guardandosi negli occhi per tutto il tempo, tenendosi la mano, sorridendo come due fanciulli complici in un comune segreto. Non fu facile separarsi, ma ciascuno di loro seppe fortificarsi al pensiero di ciò che avrebbe offerto loro l'indomani, e il dopodomani, e il resto della loro esistenza.
 
* * *

Egon Schiele - la morte e la donna incinta - Galleria Nazionale Praga
 Fausto era rientrato a casa da pochi secondi, che udì il telefono:
  - Pronto?
  - Sono Jack Lamort.
  - Era ora, credevo che si fosse volatilizzato nel nulla!
  - Sono al corrente del suo rapporto sentimentale con la signorina Perlemutter, signor Fortuna.
  - Già, lei è informato di tutto, come sempre!
  - Deve rinunciarvi, signor Fortuna.
  - Come ha detto?
  - Deve rinunciare a Sophie. È di mia spettanza. Lei l'ha ottenuta grazie alla fama raggiunta.
 Fausto ebbe un soprassalto: - È una pretesa assurda, aberrante, signor Lamort! Sophie non è un bene materiale…
  - Mi meraviglio che lei faccia simili distinzioni, signor Fortuna.
  - Sophie è la cosa più delicata, la più irresistibile che ho conosciuto nella mia vita. Sophie è un puro bene dell'anima.
  - Quale anima, signore mio? - la voce di Lamort si era fatta improvvisamente aspra. - Lei non possiede alcuna anima, lo ha forse dimenticato?
  - Questa è follia totale, signor Lamort - Fausto cominciava ad uscire di senno. - Io sono sempre stato ai patti, e senza bisogno di essere sollecitato. E lei ha costruito un impero sulle mie spalle. Ma ora no, ora non può pretendere questo. Io non ho alcuna intenzione di rinunciare a Sophie: non avrei più motivo di esistere, senza di lei.
  - Il pazzo è lei, signor Fortuna, mi lasci dire. Non vorrà farmi credere che non ha capito con chi ha a che fare!? - la voce di Lamort era salita ancora di tono, fino a divenire sferzante. - Io non avrò difficoltà a piegarla, a troncare la sua carriera, annienterò la sua persona, se sarà necessario.
  - Tutto ciò non mi spaventa, vivere senza Sophie sarebbe una sventura peggiore.
  - Ho altre risorse, non dubiti, signor Fortuna…
  - Minacci quanto vuole, signor Lamort, non mi fa paura. Ormai ho appreso a fare a meno del suo gadget. Correrò qualche rischio, ma non ha più importanza. Mandi qualcuno dei suoi lacché a riprendersela, la macchinetta, anche subito se crede. E vada all'inferno! -. Un clic arrivò a troncare la telefonata quasi prima che Fausto avesse finito di pronunciare la sua maledizione. Scaraventò la cornetta sull'apparecchio, vibrando di furore dalla testa ai piedi. Era in preda a una tale ira che nemmeno si era accorto dello spavento che gli era cresciuto dentro man mano che l'alterco era salito fino ai limiti irreversibili delle ultime frasi. Si ritrovò poco dopo steso sul letto, pallido e tremante, con un senso di gelo che gli correva nelle ossa e gli faceva dolere la radice dei capelli. - Dannato Lamort, lo presentivo. Dentro di me l'ho sempre saputo, inutile fingere. Ma lo sconfiggerò… con l'aiuto di Sophie… lo sconfiggerò.
 Erano non meno delle sei di mattina quando finalmente Fausto riuscì ad assopirsi, dopo una notte insonne, carica di pensieri angosciosi. Fu risvegliato tre ore più tardi dal rumore del piccolo telefono che aveva accanto al letto:
  - Fausto, sono Giorgio. Ho una triste notizia da comunicarti. Triste davvero… Non so come dirtelo.
 Fausto fece uno sforzo per uscire dallo stato letargico in cui si sentiva immerso. Un orrendo presagio lo attanagliò: - Perlamadonna, Giorgio…
  - È successo poco fa, all'uscita dall'albergo. Un pullman…
  - Sophie? - urlò Fausto con tutto il fiato che poté passargli attraverso la gola, scaraventandosi giù dal letto.
  - Sì, non è stato possibile fare nulla, non è arrivata viva in ospedale. Fausto… Fausto… mi senti, Fausto, perché non rispondi?
 Fausto rinvenne molto più tardi, si sollevò a fatica e si trascinò verso il bagno, appendendosi ai mobili. La nausea lo divorava. Sfiorò lo Yamaha senza vederlo, urtò il Buddha di cera rossa facendolo cadere a terra, solo quando fu davanti alla tazza del cesso si rese conto di trovarsi nel suo antico appartamento al Prenestino. Sollevò l'asse e vomitò abbondantemente, più fuori che dentro la tazza, tossendo e singhiozzando allo stesso tempo. Quando si fu calmato, si lavò in qualche modo. Guardarsi allo specchio fu un incubo. Il suo portamento, la sua sicurezza, il tono elegante che si era consolidato sul volto negli anni del successo, il senso di forza morale che aveva disegnato i suoi lineamenti: tutto era scomparso, lasciando il posto al tetro aspetto di un sosia di Lamort.
 Fausto raccolse con calma tutte le partiture che possedeva, le smembrò e le lasciò cadere dalla finestra pagina dopo pagina. I fogli, quasi restii a separarsi da lui, volteggiavano lentamente lungo gli otto piani del fabbricato e planavano nel piazzale tra gli sguardi incuriositi dei pochi passanti. Quando fu a metà del pacco, lanciò il resto in un colpo solo e rimase a contemplare vuotamente la pioggia di carte animate che scendeva sotto di lui.
 Guardò lo Yamaha. - Ora è il suo turno - pensò. Andò a prendere dall'armadio una racchetta, una pesante racchetta metallica in disuso che aveva conservato come ricordo dei suoi primi colpi di tennis. Brandendola come una mazza, si avventò sullo strumento menando colpi all'impazzata: le corde saltavano a due, a tre alla volta con rumore di ferraglia, i tasti schizzavano in tutte le direzioni come denti fracassati. Al Buddha di cera rossa, che steso a terra lo osservava con un sorriso sardonico impresso sulle labbra, assestò la mazzata finale, un colpo furibondo che penetrò nell'epa rigonfia fino a metà del suo spessore. Solo allora, raggiunto in qualche modo il fondo dell'aberrazione, si decise a formare il primo numero telefonico, quello della casa di Betta.
 


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  20 dicembre 2002