
GIROVAGANDO PER MOSTRE
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Giuseppe De Nittis alla Mazzotta di Milano
Un genio emigrato da Barletta a Parigi
di Mauro Reali
Ancora una volta grande pittura alla Fondazione Mazzotta di Milano con la mostra De Nittis, impressionista italiano, che sarà aperta fino al 19 giugno: è curata da Renato Miracco ed è stata possibile grazie alla collaborazione con il Museo Pinacoteca Giuseppe De Nittis di Barletta, patria del grande pittore, nato nel 1846 e prematuramente scomparso nel 1884; il ricco catalogo è ovviamente edito da Mazzotta.
Per l'esposizione sono state selezionate alcune tra le opere più significative della produzione di Giuseppe De Nittis (180 dipinti e circa 25 opere su carta), tra cui molti inediti. Opere che attraverso l'occhio dell'artista sono capaci di restituire lo spirito e l'atmosfera dei luoghi da lui rappresentati, sottolineando la peculiarità di questo impressionista, meridionale al sud, francese a Parigi e londinese a Londra, come diceva di lui il critico Vittorio Pica agli inizi del Novecento.
Barlettano, dunque il De Nittis (e beati i barlettani di oggi che si godono una pinacoteca così bella!); ma napoletano di formazione e parigino al cento per cento di adozione; e che parigino! Amico del jet-set di quella che allora era forse la città più moderna del mondo, in stretta familiarità con Edgard Degas e partecipe egli stesso del movimento impressionista (e dunque tale epiteto non è nel suo caso conseguenza di un abuso), nella sua breve e intensissima vita non fu però amato dalla critica italiana, ed in primis da Diego Martelli vicino all'ambiente macchiaiolo che ne condannò la superficiale mondanità pittorica. Ma, come si può vedere in mostra a Milano, De Nittis non dipinse solo gli animati e festaioli scorci del Lungo-Senna, le passeggiate al Bois de Buologne, le corse di cavalli a Longchamps, le signore eleganti ai caffè o lungo i boulevards, la moglie Leontine nel lusso della loro casa parigina, oppure le spettacolari vedute di profilo del paesaggio londinese. Infatti nella pittura di De Nittis non mancano straordinarie immagini rurali, tipicamente italiane e intrise di quei colori bruciati propri del nostro meridione: splendida, a mio avviso, è la piccola tela Tavoliere delle Puglie. Sulle rive dell'Ofanto, che dimostra la capacità del nostro di essere grande anche nelle opere di piccolo formato. Oppure le drammatiche visioni dell'eruzione del Vesuvio del 1872, piccoli dipinti che rappresentano un vero moderno reportage, documentazione di una catastrofe della quale il pittore fu testimone oculare. Dunque non solo lusso e mondanità nel lavoro del pittore barlettano, ma anche attenzione alla realtà e se mi è consentito attenzione critica, accompagnata talora da un acuto tentativo di interpretazione.
Ne fa fede quello che è a mio parere uno dei quadri più belli di De Nittis, e cioè Passa il treno (del 1878), dove la locomotiva fumante attraversa un luogo agricolo, pressoché disabitato: sulla destra del treno si vedono due stecchite betulle, mentre sulla sinistra due contadine sono curve sul terreno. Le donne non sembrano guardare il mostro metallico che ne disturba la quiete ancestrale; forse una delle due accenna appena alzandosi ad un'occhiata fugace
Ma questa, mi chiedo io, non è forse una metafora dell'Italia delle seconda metà dell'Ottocento? Agricola, socialmente arretrata, solo da poco unificata, in un contesto europeo dove Francia e Inghilterra erano vere locomotive di una modernità qui da noi ancora lontana da venire. O forse si può leggere il quadro anche così, intendendo le due contadine come le radici, le origini italiane di De Nittis, mentre il treno simboleggia quel nuovo (anche pittorico) verso il quale egli tendeva
Insomma, il dipinto è bellissimo e ricco di evocazioni: ed è giusto che l'arte (quando è di questo livello) ci spinga all'immaginazione
Non posso omettere in questa recensione anche un breve cenno alla presenza di opere grafiche di De Nittis, tra le quali la meravigliosa acquaforte Jeune femme vue de dos, da sempre la mia preferita. Che la mostra valga una visita è dunque inutile dirlo.
Mauro Reali
12 aprile 2005
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