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Giovanni Boldini e Mario Schifano:
due artisti del loro tempo
di Mauro Reali
Apparentemente nulla hanno in comune oltre che il mestiere di pittori - Giovanni Boldini (1842-1931) e Mario Schifano (1934-1998), il primo grande esponente della cultura espressiva della Belle époque a cavallo dei due secoli, il secondo tra i maggiori rappresentanti della Pop Art italiana. E dunque può sembrare un azzardo che io li accomuni in una medesimo articolo, prendendo spunto dalla contemporaneità della grande mostra di Boldini a Palazzo Zabarella di Padova (Boldini, 15 gennaio-29 maggio, a cura di F. Dini, F. Mazzocca, C. Sisi, Catalogo Marsilio; info: www.palazzozabarella.it) con quella di Schifano alla Pinacoteca di Lissone (Mario Schifano. La costante attendibilità del guardare, 18 febbraio-17 marzo, a cura di F. Gualdoni, che ha prodotto anche il Catalogo per le edizioni del Museo d'arte Contemporanea; info: www.comune.lissone.mi.it). Ed in effetti l'accostamento è davvero azzardato, sia per l'indubbia disparità dei due eventi (senza nulla togliere alla pregevole rassegna lissonese, la mostra di Padova è di livello internazionale, con prestiti anche dal Museo d'Orsay di Parigi e dal Metropolitan di New York !), sia perché come già anticipavo si tratta di manifestazioni artistiche estremamente diverse. C'è però un tratto che accomuna senz'altro i due artisti, e si tratta di qualcosa che si può indubbiamente apprezzare nella loro arte: l'essere stati in tutto e per tutto figli del loro tempo. Il ferrarese Boldini, infatti, visse larga parte della sua vita a Parigi, capitale mondiale dell'arte e del gusto, ma non disdegnò neppure Londra o New York, in una frenetica ricerca di stimoli culturali e di opportunità professionali; ritrattista apprezzato dal jet-set internazionale, dipinse e in qualche caso corteggiò - le donne più belle del mondo, come quella marchesa Casati (già amante di D'Annunzio) che ritrasse nel 1911-12 avvolta in penne di pavone: una fantastica visione in movimento, più che un vero e proprio ritratto.
Egli dipinse aristocratici conti e contesse, ballerine bellissime e sensuali, uomini ricchi e bambini travestiti da grandi, e chi non ricorda le vecchie mille lire? il maestro Giuseppe Verdi Il tutto, paesaggi compresi (bellissime le vedute parigine e veneziane) caratterizzato da un dinamismo non comune: i quadri di Boldini si muovono, così come scusate l'accostamento un po' prosaico i prezzi delle sue opere, ormai battute all'asta a cifre iperboliche. E Schifano, invece? Se fare l'artista nell'Ottocento voleva dire andare a Parigi e frequentare il bel mondo, nel Novecento l'arte è stata spesso legata all'impegno politico e Schifano è stato in certi periodi impegnato e allo sperimentalismo formale: e Schifano, più e prima di ogni altro italiano, contaminò pittura, cinema, televisione, elettronica
Chi andrà nella bella e luminosa Pinacoteca lissonese (l'ho già scritto altre volte, ma lo ripeto davvero convinto!) vedrà infatti per lo più fotogrammi televisivi stampati e ritoccati con colore da Schifano: vedrà, magari un po' sfuocati, i ciclisti del Giro d'Italia, Cicciolina, Berlusconi, Giuliano Ferrara Non so se siano davvero questi miti o icone del nostro tempo, ma è certo quello che la tivù ci propina: e Schifano affermava di vivere (e dormire pure) con la tivù accesa per carpirne le immagini in ogni momento. Immagini queste - in movimento, in costante trasformazione, proprio come quelle dei quadri di Boldini; la differenza, dunque, è nel fatto che mentre Schifano ferma il dinamismo televisivo, ponendolo così sub specie aeternitatis, Boldini anche davanti ad una realtà ferma la sa movimentare, rendere leggera, producendo scusate l'ennesimo azzardo quadri televisivi. Ma per capire se queste siano considerazioni sensate o pure fantasie del vostro recensore, non resta che visitare entrambe le mostre. Mauro Reali
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