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GIROVAGANDO PER MOSTRE
Un  Caravaggio che vale una mostra
La Cattura di Cristo al Museo Diocesano di Milano
di Mauro Reali


Caravaggio - La cattura di Cristo (Web Gallery of Art - www.wga.hu)

Si può fare una mostra con un solo quadro? Oppure è follia, mancanza di idee, o – peggio ancora – snobismo intellettualistico all'ennesima potenza? La risposta, a mio avviso, è “sì, purché l'opera sia eccezionale”. Lo dimostra l'interessantissima esposizione al Museo Diocesano di Milano della Cattura di Cristo, di Caravaggio, che è di solito conservata alla National Gallery di Dublino.
Il quadro – va detto prima di ogni altra cosa – è bellissimo, emozionante. Gesù è pallido, terreo, con tutto l'umanissimo terrore per l'arresto ma anche con tutta la divina rassegnazione per il suo prossimo sacrificio. Giuda l'abbraccia, al centro della tela, giustapponendo la sue testa a quella del Messia e stringendosi a lui in una stretta che sembra inesorabile; vicino ai due sfavillano le armature dei soldati romani pronti alla cattura: gli sfavillii emergono dal buio del fondo, quasi fossero riflessi di luce lunare. E a sinistra di Gesù, con la bocca aperta, a volere “gridare” - pur senza voce – il prossimo scandalo della Croce, c'è Giovanni, il più giovane dei dodici apostoli (“quello che Gesù amava”, dicono i Vangeli): nel suo volto c'è tutto il dolore personale perché sta perdendo un amico, ma anche lo sbigottimento collettivo di una comunità che sta perdendo il suo punto di riferimento.
L'emozione davanti all'opera è forte, per certi versi inarrestabile: Caravaggio, davvero, non perdona i suoi “spettatori” anche quattro secoli dopo l'esecuzione della tela…
A proposito di esecuzione, sarà bene ricordare che il Merisi dipinse la Cattura nel 1601 per committenza della famiglia Mattei di Roma, e di questo abbiamo sicura documentazione storica. Meno sicuro è stato invece il riconoscimento dell'opera stessa, poiché il nostro dipinto è stato – nel corso dei secoli – attribuito ad altro pittore (Gherardo delle Notti), e poi “passato nelle mani” (come capita spesso alle opere d'arte) di numerosi collezionisti. Solo nel 1990, ormai in Irlanda e di proprietà dei Gesuiti della Chiesa di sant'Ignazio, il quadro – per merito di Sergio Benedetti – è stato “riscoperto” come originale caravaggesco e correttamente ricollegato alla committenza originaria: quella romana dei Mattei.
Oggi anche il pubblico italiano può “riscoprirlo”, fino al 9 gennaio, al Museo Diocesano (www.museodiocesano.it), cui va dato il merito di questa importante iniziativa, possibile anche attraverso la sponsorizzazione del Gruppo Bipiemme-Banca Popolare di Milano. È “giovane”, questo museo, ma – al di là del suo grande patrimonio permanente – ha già “messo a segno” degli ottimi “colpi”, primo fra tutti la mostra Ambrogio e Agostino che a suo tempo recensimmo su l'Arengario; si può davvero dire che si stia affermando come una delle migliori realtà della cultura milanese.
Certo, quest'inverno a Napoli ci sarà una “grande” mostra caravaggesca (già aperta dal 23 ottobre) e chi potrà vederla sarà senz'altro fortunato: quella mostra, come si dice, “vale il viaggio”. Ma – lo ribadisco – anche il solo “Caravaggio” del quale si è detto - vale una visita al “Diocesano”, e non soltanto dalla nostra Monza – che a Milano è vicina – ma anche da ben più lontano; in fondo lui è venuto a “trovaci” dalla lontana Irlanda: gli dovremo bene un po' di riconoscenza, no?

Mauro Reali



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  1 novembre 2004