
GIROVAGANDO PER MOSTRE
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Brianza e Design: menti, braccia e... soldi
Le Triennali 1947-1968 all'Arengario di Monza
di Mauro Reali
foto Fr.I. - l'Arengario
È sempre difficile collegare gli oggetti del nostro uso quotidiano, pratico, ad un'idea di arte e creatività. Infatti siamo - più o meno tutti portati ad associare alla sfera artistica quadri, sculture o gli edifici della grande architettura: ma chi vi associa così, senza pensarci troppo la propria lavatrice, il televisore di casa, o la poltrona sulla quale sta comodamente seduto a leggere il giornale? Eppure anche dietro l'ideazione e la progettazione di tali oggetti vi è oltre che una dimensione di ricerca tecnologica un lavorio artistico, creativo. Insomma, vi è quella particolarissima attività che chiamiamo design, per mezzo della quale la nostra vita di tutti i giorni non solo è un po' più comoda, ma anche un po' più bella.
Chi è appassionato di design, o semplicemente chi vuole fare un curioso tuffo nel nostro recente passato deve assolutamente visitare all'Arengario di Monza, fino all'8 dicembre, la mostra Design in Triennale 1947-1968. Percorsi tra Milano e la Brianza. L'esposizione, possibile grazie al concorso di numerosi Enti (e soprattutto in collaborazione con la Triennale di Milano), è stata promossa e realizzata dal Comune di Monza, ed è tra le iniziative con le quali si intende ricordare gli ottant'anni della Mostra Internazionale delle Arti Decorative di Monza, cioè la Biennale di Monza, divenuta poi la storica Triennale di Milano.
Si prendono in esame sette edizioni della Triennale milanese, quelle appunto dal 1947 al 1968 (anno formidabile, che ha cambiato molte cose
), cercando di evidenziare come il territorio di Monza e della Brianza abbia dato sempre un importante contributo, sia in termini di creatività dato che ha visto operare molti progettisti, come Franco Albini, Achille Castiglioni, Gio Ponti, Angelo Mangiarotti, Vico Magistretti, Marco Zanuso
che di produttività, dato che molte aziende Arflex, Bonacina, Candy, Cassina, Galera, Pirelli, Tecno, Zanotta
erano o sono ubicate in loco. Dunque menti, braccia e, (perché no?) soldi brianzoli hanno dato alla storia del design italiano un contributo insostituibile. Impossibile in questa sede un elenco completo di tutti gli oggetti esposti o comunque presi in esame nella mostra. Certo è che la poltrona Lady di Zanuso, prodotta da Arflex (Triennale 1951), i banchi scolastici e le sedie di Pier Giacomo Castiglioni e Luigi Caccia Dominioni, prodotti da Palini (Triennale 1960), la lavatrice Candy superautomatica, la moto Gilera, le pinne e la maschera Pirelli (Triennale 1963)
e qui mi fermo
hanno sì un sapore di consueto, ma anche di fantastico (se si pensa al loro design) e perfino di archeologico (se li si compara ad alcuni omologhi odierni). Oppure come è capitato a chi vi scrive muovono il delicato meccanismo dei ricordi, poiché bambino negli anni Sessanta possedevo una maschera Pirelli azzurra e tonda - proprio uguale a quella vista all'Arengario; l'ho buttata via, credo, perché la gomma si era logorata a causa del sole e della salsedine. Il design produce dunque arte da buttare? Forse sì, ma la riflessione a questo punto diventa troppo complessa. Certo non da buttare è la mostra, davvero interessante, così come il bel catalogo (Silvana Editoriale) curato da Alberto Bassi, Raimonda Riccini con Cecilia Colombo.
Dopo la mostra sulle prime Triennali svoltesi alla Villa Reale di Monza negli anni dal 1923 al 1930 ma erano biennali prima di trasferirsi al Palazzo dell'Arte a Milano, e dopo Dudreville al Serrone, dunque, la politica culturale della nostra Amministrazione Comunale ha di nuovo fatto centro
Mauro Reali
10 ottobre 2004