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GIROVAGANDO PER MOSTRE
Monza, capitale delle arti applicate
Qui è nata la Triennale di Milano (1923-1930)
di Mauro Reali


Rizzarda Pavoncella

Il “secolo breve”, cioè il Novecento, è iniziato davvero secondo gli storici dopo la fine della prima guerra mondiale, l'ultimo evento di stampo ottocentesco. In realtà gli anni precedenti alla Grande Guerra avevano visto sotto ogni punto di vista un grande rimescolamento di idee, esperienze, tensioni sociali in Italia ed in Europa; dalla “crisi” della cultura romantico-positivista da un lato, e dalle contraddizioni (ma anche dalle speranze) del “mondo nuovo” industriale dall'altro, erano sorti slanci avanguardistici di ogni tipo: e tra essi quel Futurismo che – nel suo messaggio semplificato e velleitario – aveva stimolato il culto della modernità ad ogni costo. La Guerra non fu, come dicevano i Futuristi, la “sola igiene del mondo”, ma un bagno di sangue che lasciò aperte – purtroppo – numerose contraddizioni (dal “mito della vittoria mutilata” è spuntato Mussolini…) e che – per fortuna – non spense del tutto alcune spinte innovative da essa interrotte.
Tra questa quella – già futurista, ma non solo – di un'arte applicata alla produzione industriale, che superasse la distinzione tra il “bello” in sé e per sé e il prodotto dell'artigianato o dell'industria; implicitamente l'opera d'arte doveva essere sottratta alla sacralità del “pezzo unico” (magari pensato per la musealizzazione) per diventare, se necessario, oggetto seriale o addirittura di consumo. Oggi il design è a buon diritto considerato momento fondamentale dell'arte contemporanea (pensate a cosa si vede al “MoMa” newyorkese…) e c'è chi (come il grande Andy Wahrol) ha giocato le sue fortune artistiche sulla riproducibilità e la serialità di oggetti.

manifesto 1923
Ma negli anni Venti La Villa Reale della “nostra” Monza fu sede, in ben quattro edizioni (1923, 1925, 1927 e 1930) di un'iniziativa che iniziò col chiamarsi Mostra internazionale delle arti decorative per diventare poi Esposizione Triennale Internazionale delle arti decorative ed industriali moderne , prima di trasferirsi a Milano nel nuovo Palazzo dell'Arte progettato da Giovanni Muzio. La mostra che fino al 9 maggio 2004 è allestita all'Arengario di Monza (1923-1930. Monza verso l'unità delle arti. Oggetti d'eccezione dalle Esposizioni Internazionali di Arti Decorative, organizzata dalla Triennale di Milano e dal Comune di Monza, a cura di Anty Pansera con Maria Teresa Chirico) presenta “pezzi” esposti in quelle occasioni, ma anche numerosi documenti cartacei originali che denotano una progressiva trasformazione dell'evento monzese di quegli anni, sempre di più veramente internazionale e puntato sull'architettura (come anche oggi è la Triennale milanese). Il grande piatto in maiolica di Michele Cascella, le porcellane di Giò Ponti per Richard Ginori, l'arazzo di Fortunato Depero, i bauli di Luis Vitton, gli straordinari mobili di Duilio Cambellotti e Gino Maggioni, ma anche i numerosi “modelli” architettonici a firme ben più che illustri sono per noi lo spaccato di un'epoca. Di un'epoca che forse cercava, più che un'impossibile “unità delle arti”, un'unità tra le arti, la loro produzione e la fruizione nella vita quotidiana, seguendo parole d'ordine – le cito dal Programma originale - come “modernità di interpretazione, originalità di invenzione, perfezione di tecnica…, efficienza nella produzione”.
Il vostro recensore, però, si ferma qui: meravigliato dalla bellezza dei pezzi e dall'accuratezza e dal rigore dell'esposizione, felice per il grande affollamento dell'inaugurazione e per la grande risonanza dell'evento sulla stampa nazionale, si arresta però davanti a qualunque valutazione ulteriore di natura storico-critica. Certamente, ho pensato al concetto di “made in Italy”, a manifestazioni odierne in qualche modo comparabili (la “fiera Campionaria” della mia infanzia, o l'attuale Artigiano in Fiera, a Milano con due milioni di visitatori all'anno…), ma credo che ciascuno dei lettori dell'Arengario potrà e dovrà “leggere” la mostra alla luce della sua diversa prospettiva culturale o professionale: io temo di avere una sensibilità un po' troppo artistica e troppo poco tecnologico-applicativa per capirla davvero! Visitando l'esposizione – inoltre – ci si potrà informare sulle numerose altre manifestazioni (milanesi e monzesi) ad essa correlate, che in questa sede non posso riassumere: spero davvero che la visitino in tanti, soprattutto tra i giovani, e che le scuole (monzesi e no) ci portino i loro studenti; peccato solo che anche questi debbano pagare l'ingresso, sia pure ridotto. D'altra parte è questo il trend cui ci hanno abituato un po' tutte le più prestigiose sedi espositive o museali...: è proprio impossibile invertirlo?

Mauro Reali

levriero - Richard Ginori


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  14 marzo 2004