
GIROVAGANDO PER MOSTRE
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Federico Zandomeneghi, impressionista veneziano
Oli, pastelli, disegni alla Fondazione Mazzotta di Milano
di Mauro Reali
A definire Federico Zandomenghi impressionista veneziano fu il grande critico Enrico Piceni; e tale definizione è oggi divenuta il sottotitolo di una bellissima mostra aperta fino al 6 giugno alla Fondazione Mazzotta di Milano, intitolata appunto Federico Zandomeneghi, impressionista veneziano (al sito www.mazzotta.it ulteriori informazioni). In effetti Zandomeneghi era veneziano, poiché nacque sulla laguna nel 1841, e la sua pittura in primis l'uso magistrale del pastello - ha più di un debito con l'illustre tradizione del suo luogo natale; ma la sua frequentazione di Firenze dove bazzicò i Macchiaioli - e soprattutto la lunga permanenza a Parigi, al fianco dei grandi dell'Impressionismo francese (soprattutto dell'amico Degas, cui lo accomunava il carattere schivo, quasi burbero e che come lui morì nel 1917), credo che possano farci dire che Zandò fosse veneziano o no un impressionista tout-court.
Certo, come anche per Renoir, Degas o Manet Zandomeneghi concepì una sua interpretazione delle idee pittoriche innovative di quel tempo; ma la sua non fu certo una pittura a rimorchio degli altri poiché al pari di altri italiani a Parigi come De Nittis o Boldini egli contribuì direttamente al rinnovamento artistico di quegli anni. Ed è giusto che ormai se ne siano accorti non solo il mercato, che vede i collezionisti contendersi le loro opere per cifre da capogiro, ma anche la critica più attenta e disincantata, come hanno dimostrato altre recenti mostre già puntualmente recensite sull'Arengario (ad esempio quella su De Nittis a Torino o quella su Degas a Ferrara). Ma torniamo all'esposizione milanese in corso, dove ammiriamo un'ottantina di oli o pastelli e una cinquantina di disegni (di questi ultimi, molti sono inediti), che abbracciano pressoché tutta la produzione del nostro. I curatori Edmondo Sacerdoti e Tulliola Sparagli hanno infatti operato una selezione adeguata a fare immergere il visitatore nel mondo di Zandomeneghi, con una giusta prevalenza delle sue famose figure femminili, dai tratti morbidi, dai colori dolci e dai gesti di una disarmante e nel contempo sensuale quotidianità, come pettinarsi, aggiustarsi il cappello o i guanti, farsi la toeletta, dormire o affacciarsi alla finestra. La ripetizione dei soggetti e un certo gusto indiscreto nel rappresentare questi atteggiamenti femminili non debbono però, a mio avviso, essere considerati (come pure è stato fatto) indizi della superficiale ricerca di una pittura facile, seriale e decorativa; basta infatti osservare gli sguardi pensosi, assorti, non sempre sereni delle sue donne, per rendersi conto che il pittore mirava a rendere il loro mondo interiore non meno del loro aspetto estetico. Non mancano i paesaggi (come lo straordinario e famosissimo A pesca sulla Senna), le nature morte e i fiori che ricordano Monet e Cezanne, o le ballerine alla Degas, tutte opere di tale poesia da farci chiedere come mai le fortune di Zandò in vita e in parte anche dopo la morte siano state così alterne. Certo, la mostra milanese, come pure il ricco catalogo anch'esso edito da Mazzotta non è la prima (e speriamo non l'ultima) tappa della giusta riabilitazione di questo grande pittore; rappresenta però una sintesi dalla quale credo che nessuno potrà più prescindere. Dunque, complimenti - ancora una volta - al prezioso lavoro di studio e divulgazione di questa prestigiosa fondazione milanese.
Mauro Reali
6 marzo 2004