
GIROVAGANDO PER MOSTRE
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Giorgione: le meraviglie dell'arte
Emozioni e scoperte a Venezia
di Fabio Isman
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| Tre filosofi - Vienna, Kunsthistorisches Museum |
È un artista affascinante e misterioso messer Zorzi da Castelfranco, meglio conosciuto (o sconosciuto) come Giorgione; per qualcuno, perfino un «filosofo che dipingeva pensieri». Non sappiamo esattamente neppure le date certe in cui è iniziata e s'è conclusa la sua breve vita (si presume una nascita nel 1477 o 1478; muore in un giorno del 1510 anteriore al 25 ottobre). Non ha lasciato proprie firme, o allievi. Scarsissimi i documenti che lo riguardano, e condensati tra il 1506 e il 1510, per le due commissioni pubbliche, a Palazzo Ducale e al Fondaco dei Tedeschi, ormai da secoli distrutte. Il suo corpus, il catalogo delle opere certe, è oggi ridotto, in tutto, a due dozzine di numeri. Vive, spiega Augusto Gentili, docente a Ca' Foscari e uno tra i massimi esperti dell'artista, «in una Venezia dove Sebastiano del Piombo s'afferma prima e di più, e Tiziano gli ruba le commesse».
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| Tempesta a Venezia - Gallerie dell'Accademia |
Eppure, proprio l'anno in cui egli muore, Isabella d'Este, che se ne intendeva, vorrebbe un suo dipinto; Baldesar Castiglione, nel Cortegiano (1528), lo valuta come Raffaello, Leonardo, Michelangelo; nel Fuoco (1898), Gabriele D'Annunzio così sintetizza: «Un mito piuttosto che un uomo; nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra; tutto o quasi di lui s'ignora, e taluno giunge a negare la sua esistenza; il suo nome non è scritto in alcuna opera, e taluno non gli riconosce alcuna opera certa». Organizzarne un'esposizione, significa affrontare una «mostra impossibile»: anni fa, ci stava provando Palazzo Grassi; e proprio discutendone, Paolo Viti, il più grande tra i creatori di eventi artistici, si sentì tanto male da dover concludere la sua preziosa attività; ormai, l'ultima rassegna votata a messer Zorzi è di quasi 50 anni fa.
Per cui importantissima è quella aperta alle Gallerie dell'Accademia a Venezia, fino al 22 febbraio, intitolata Giorgione le maraviglie dell'arte, che ne allinea ben nove opere. Le pochissime veneziane (la Tempesta; la Vecchia; il Cristo portacroce; e la Nuda, un frammento dell'affresco per il Fondaco dei Tedeschi), accanto alla restaurata Pala di Castelfranco (che è la ragione fondante della mostra), a due capolavori di Vienna (i Tre filosofi e la Laura) e al Putto alato, un altro residuo del Fondaco (il palazzone vicino a Rialto che oggi ospita le Poste, la decorazione delle cui due facciate, dopo un incendio, nel 1505 è affidata a Giorgione e ad un allora giovanissimo Tiziano), comperato nell'Ottocento da John Ruskin a Venezia, da poco ricomparso in una raccolta privata inglese, mai esposto finora, e in condizioni assai migliori della Nuda. Infine, l'unico disegno certo dell'artista, Figura in un paesaggio, imprestato da Rotterdam. A loro, con uno spostamento di pochi chilometri, si può aggiungere anche il Fregio di Castelfranco («un'autentica enciclopedia della cultura veneta tra fine del Quattro e inizio del Cinquecento», dice ancora Gentili), in quella che forse è la casa natale di Giorgione, restaurata ed aperta fino al 29 febbraio. Il merito dell'impresa va a Giovanna Nepi Scirè, soprintendente a Venezia, e alla sua squadra di collaboratori; il catalogo (Marsilio) comprende saggi di Augusto Gentili, Salvatore Settis, Stefania Mason e Bernard Aikema, dà ragione del delicatissimo restauro della Pala (opera di Alfeo Michielucci), e delle indagini su alcuni dipinti.
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| Pala di Castelfranco - Castelfranco Veneto, Duomo di Santa Maria Assunta e San Liberale |
Fin qui, le notizie. Poi, vi sono le sorprese. Si è scoperto, ad esempio, che i Tre filosofi sono in realtà astrologi, i padri delle religioni monoteiste, e forse celano una committenza ebraica; che Laura (certamente non quella di Petrarca, anche se molti lo credono) è forse una neosposa, e nel suo ritratto mostra il seno all'unico committente e fruitore autorizzato, cioè il marito; che la Tempesta (e se fosse Mosè salvato dalle acque?), in origine prevedeva, sulla sinistra, non un giovane, ma un'altra donna; che la Vecchia (analoga postura) potrebbe essere una sorta di prosecuzione, s'intende nel tempo, della Laura. Tutto questo, per spiegare che, in un'epoca di gigantismi ormai imperanti, non solo piccolo può essere bello, ma una piccola mostra può dimostrarsi una grande mostra assai più di tanti maxi-eventi.
Infine, le emozioni; il ritrovarsi in un mondo, ricomposto, che pareva perduto; immersi tra nove capolavori allestiti in modo (finalmente) sobrio da Barbara Accordi; proseguire, davanti alle sue opere, l'indagine su chi Giorgione sia realmente stato: ma queste sensazioni sono talmente personali e individuali, che è davvero inutile, se non pretestuoso, tentare di codificarle, generalizzarle, perfino trasmetterle; il cronista può soltanto registrare che, fin dall'anteprima riservata agli addetti ai lavori, nessuno tra i presenti ne era assolutamente scevro. E non tutte le mostre comunicano anche delle emozioni, magari altrettanto profonde di questa.
Fabio Isman
inviato speciale de Il Messaggero
2 novembre 2003