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GIROVAGANDO PER MOSTRE
Il Novecento milanese
Fino al 4 maggio all'Oberdan di Milano
di Mauro Reali


Mario Sironi - paesaggio urbano con camion - 1920
Mario Sironi - paesaggio urbano con camion - 1920
Dopo la Grande Guerra l'Europa, compresa la “vincitrice” Italia era a pezzi. Così come – con qualche rara eccezione (il Futurismo, che pure era “malconcio”…) – erano a pezzi le Avanguardie artistiche del primo Novecento: cosa c'era, infatti, da distruggere ancora che la guerra non avesse già logorato? La furia iconoclasta lasciò dunque il posto ad un desiderio di “ritorno all'ordine”, di recupero della tradizione, anche nelle arti figurative (in parte anche in letteratura, ma ora non entro anche in questo campo minato…). Il movimento che meglio interpretò questa nuova tendenza fu quello denominato Novecento Italiano, cui è dedicata un'interessante mostra fino al 4 maggio allo Spazio Oberdan di Milano (Il Novecento milanese. Da Sironi a Martini, via Vittorio Veneto 2, info: www.novecento.artv.it). Ispiratrice, quasi “custode”, del movimento fu la grande critica d'arte Margherita Sarfatti, e gli artisti “fondatori” del gruppo nel 1923 furono Mario Sironi, Piero Marussig, Anselmo Bucci (a lungo attivo anche a Monza, ove morì nel 1965), Ubaldo Oppi, Achille Funi, Emilio Malerba e Leonardo Dudreville. Il loro ritrovo era la galleria “Pesaro” di Milano, da dove essi ampliarono rapidamente i loro orizzonti, poiché già nel 1924 furono invitati alla Biennale di Venezia (qui in mostra è ricostruita la loro sala col capolavoro l'Architetto di Sironi, che allora passò quasi inosservato); né mancarono al gruppo nuovi adepti, se è vero che ad esso si avvicinarono altre importantissime personalità: i pittori Carlo Carrà e Arturo Tosi, gli scultori Adolfo Wildt e Arturo Martini, ed altri ancora, tra i quali quel Raffaele de Grada, del quale dovremmo vedere a Monza una mostra quest'anno.

Arturo Tosi - pace - 1923
Arturo Tosi - pace - 1923
I quadri esposti allo spazio Oberdan sono circa un centinaio e mostrano compiutamente l'attività del movimento, la sua generale tendenza al recupero di forme pittoriche della tradizione. Certamente però le periferie urbane di Sironi, gli intensi ritratti di Marussig e Funi, gli splendidi paesaggi di Tosi, non sono esempi di uno stanco o manierato classicismo, sia per i temi raffigurati che per le soluzioni adottate, soprattutto in chiave coloristica e luministica. Il loro recupero della tradizione della pittura antica e rinascimentale, infatti, non fu di tipo filologico e strettamente emulativo, poiché di quelle esperienze essi vollero riprendere un sicuro “ordine” narrativo, una «concretezza e semplicità, limpidità nella forma» (la citazione è della Sarfatti), prendendosi poi la responsabilità intellettuale di adattare tutto ciò ai tempi in cui vivevano. Tempi che in realtà volgevano al peggio nel nostro Paese, che stava per sprofondare nel baratro del Fascismo; e questo movimento (artisticamente e ideologicamente conservatore) non aveva nel suo “corredo cromosomico” alcun tipo di avversione alla nascente dittatura, ed anzi qualcuno dei suoi ispiratori (Sironi in testa) divenne illustre rappresentante dell'arte di regime. Ciò non toglie che gli esponenti di Novecento siano stati grandi pittori, a prescindere da etichette ideologiche: basta guardare il dolcissimo ritratto a pastello di Margherita Sarfatti del 1918, opera inedita di Sironi, oppure il luminoso Paesaggio a Rovetta. Aratura del 1933 di Arturo Tosi, o anche l'emozionante blu che emerge dal Ritratto di Saffo di Piero Marussig, per capire la loro enorme qualità artistica.

Mauro Reali



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  28 marzo 2003