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GIROVAGANDO PER MOSTRE
L'Impressionismo italiano dell'Ottocento
Una bella mostra a Brescia, Palazzo Martinengo
di Mauro Reali

F.Carcano - La fiorista
Con Treviso – città ove quest'anno è in mostra il grande Van Gogh, e che ha visto negli ultimi anni mostre di pittura altrettanto esaltanti - Brescia vuole senz'altro “gareggiare” nel titolo di “capitale italiana dell'Impressionismo”. Infatti, dopo avere proposto l'anno scorso una mostra sugli Impressionismi in Europa (Francia esclusa, ovviamente!), la “Leonessa d'Italia” ci fa ammirare i capolavori dell'Impressionismo in Italia (Palazzo Martinengo, fino al 28 febbraio. Catalogo Mazzotta, info al sito: www.bresciamostre.it/impresitaliano.htm), con un'esposizione a dir poco coraggiosa. Infatti il curatore – Renato Barilli, nientemeno! – vuole cercare di strappare il “copyright” dell'Impressionismo all'area francese-parigina, e trovare analoghi slanci innovatori nella pittura nostrana tra il 1860 e il 1895. Certo, tutti quanti noi pensando all'Impressionismo pensiamo soprattutto ai francesi, a Monet, Manet, Degas, Renoir, Toulouse-Lautrec… e immaginiamo di vedere tele con il movimentato quartiere di MontMartre o il placido LungoSenna, quadri con il Bois de Boulogne affollato dalle dame parigine in gita domenicale, opere colorate che fotografano le follie delle notti passate all'ombra del Moulin Rouge. Al massimo, per quanto riguarda i pittori italiani, concediamo la patente di “impressionista” a quelli – pochi – che si sono recati a Parigi ed hanno convissuto con i grandi prima menzionati: De Nittis, Zandomeneghi, Boldini. La mostra bresciana, invece, spazia in tutt'Italia alla ricerca di altri spunti “impressionisti”; lo fa con onestà, accettando il criterio regionalistico che contraddistingue la pittura del nostro Ottocento, poiché nella fase tra il 1860 e il 1895– è bene ricordarlo – si stavano ancora “facendo” l'Italia e gli Italiani: pensare, in quegli anni, a una vera e propria “pittura italiana” (e, in generale, ad una cultura e forse anche una coscienza del tutto italiane) sarebbe infatti del tutto anacronistico. Vediamo dunque – oltre a De Nittis, Zandomeneghi, Boldini, pure presenti - la Toscana di Giovanni Fattori e degli altri macchiaioli, tra i quali Silvestro Lega e Telemaco Signorini; Napoli e la pittura dei fratelli Palizzi, di Michele Cammarano, e dei più “giovani” esponenti della Scuola di Resina, ammiccante alla “macchia” toscana; la Lombardia, ove si spazia dal realismo di Filippo Carcano, al paesaggismo pieno di emozione di Mosè Bianchi e Eugenio Gignous, al ritratto “scapigliato”, prediletto da Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni; l'area ligure-piemontese, ove primeggiano Antonio Fontanesi, Vittorio Avondo, Lorenzo Delleani; e – da ultimo – osserviamo qualche esempio della poco nota scuola emiliana. La mostra si chiude inoltre con tre casi di “nati” oltre il 1850, che quindi illustrano una fase incipiente di sfacelo dell'Impressionismo: il veneziano Giacomo Favretto, il napoletano Antonio Mancini, l'abruzzese Francesco Paolo Michetti, pittori “di genere”, ma dalla pennellata densa e vigorosa: in questa sezione, a mio avviso, tra i migliori quadri dell'esposizione! Che dire, in fine dei conti, su questo evento? Che farà discutere senz'altro il titolo della mostra, perché l'Impressionismo è uno di quei termini sui quali ci si “azzuffa” volentieri, ma che vale comunque la pena di visitarla, perché si vedono quadri bellissimi – non tutti, a dire il vero – e anche di qualche autore meno famoso. Quanto a me – ma è un giudizio emotivo, personalissimo – ho pensato alla profonda differenza tra la pittura nostrana del secondo Ottocento e quella francese ad essa contemporanea; dovuta non solo a una differenza di soggetti (l'Italia, agricola e più “arretrata” predilige temi campestri, la Francia temi “urbani”), ma ad un legame con la tradizione, un clichet fortemente realistico, che da noi resiste e che invece i “padri” dell'Impressionismo d'Oltralpe buttano del tutto alle ortiche. Pittura di transizione, dunque, quella italiana: così come il nostro Paese – con qualche ritardo sul resto d'Europa – stava transitando verso quella “modernità” della quale, proprio sull'Arengario, ho parlato a proposito di una mostra milanese ancora in corso.

Mauro Reali



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  9 febbraio 2003