
GIROVAGANDO PER MOSTRE
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New York Renaissance
Arte americana in mostra a Palazzo Reale a Milano
di Mauro Reali
Davvero rilevante l'occasione che hanno gli appassionati di arte contemporanea, in questo periodo estivo, di visitare una delle ben cinque mostre che in parallelo sono ora ospitate al Palazzo Reale di Milano. L'esposizione cui alludo ha titolo New York Renaissance (aperta fino al 15 settembre, escluso il lunedì. Catalogo Electa, 25 euro) e presenta 93 opere del Whitney Museum di New York, che costituiscono un panorama rappresentativo dell'arte americana del secondo Novecento (fa un po' impressione a dirsi, sì il secolo scorso
). E come potrebbe non essere rappresentativo, ciò che è in mostra, dato che questo museo contiene unico negli USA ben 13.000 opere di oltre 1.900 artisti americani? Si parte dal primo Dopoguerra (con l'iperrealismo di Edward Hopper), per attraversare la Pop Art degli anni Sessanta (qui rappresentata da Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, Jasper Jones), per giungere alle manifestazioni più recenti, variamente definite (tanto variamente, che prefisso non usare alcun termine) e comunque difficilmente classificabili. Così come di difficile classificazione è l'opera di Jackson Pollock, del quale vi è testimonianza nella mostra milanese; assai più ricca documentazione del suo geniale eclettismo - culminato nell'action painting - vi è però in una mostra attualmente allestita al Museo Correr di Venezia (Jackson Pollock a Venezia, fino al 30 giugno).
Vistose, esagerate, irriverenti, le attestazioni dell'arte americana del Novecento; arte che se ai più esperti può suggerire raffinate allusioni al contesto socioculturale del tempo, anche ai semplici curiosi non può non destare sensazioni forti (dallo stupore, al divertimento, all'irritazione perché si stenta in alcune espressioni a vedere l'arte stessa
). Non è questa la sede per dissertazioni storico-artistiche (che lascio ai critici professionisti
): voglio dunque solo alludere a qualche opera che, a mio avviso, può dare al visitatore qualche particolare suggestione. Continuo infatti a stupirmi davanti ad una certa preveggenza nella ritrattistica di Andy Warhol, del quale è qui esposto un ritratto del presidente cinese Mao Zedong; in tempi nei quali la sua figura aveva una assai più marcata coloritura politica, egli lo raffigura come una semplice icona decorativa, del tutto privata (al pari di altri grandi del tempo ) di qualunque valenza ideologica. Proprio come oggi nella sua amata Cina è diventato davvero il ritratto del vecchio presidente, cioè ornamento di accendini, spillette e gagliardetti, anch'egli sacrificato sull'altare del libero mercato: ma il grande Andy Warhol ne aveva fatto già ben prima un multiplo di tale natura! Così come, mi è molto piaciuto un trittico in bronzo dal titolo Altar Piece (1990), a firma di Keith Haring (già appartenuto alla mitica Yoko Ono, che l'ha donato al Museo); proprio dall'idolo dei giovani graffitari, infatti, viene un'opera che già nel supporto (il trittico), ma anche nell'affollato decorativismo ha più di un legame con la nostrana tradizione trecentesca. Ed è questo, in fondo, quello ci piace di questi artisti anticonvenzionali: il sapere essere tali senza dimenticare la coscienza delle passate esperienze, da conoscere e attraversare per poterle criticare ma anche usare in modo del tutto strumentale ai propri fini innovativi. Ed è dunque tutta qui l'idea di moderno che è intrisa nell'arte a stelle e strisce, quella del riuso del passato mescolato a fantasiose anticipazioni del futuro: idea non certo in sé e per sé originale (gran parte dell'arte europea si è basata su questo principio), ma che in America ha avuto nel Novecento degli interpreti particolarmente geniali. A noi europei spetta infatti il Rinascimento (contemporaneo alla scoperta dell'America
), agli americani la New York Renaissance, e dopo l'11 settembre, ci pare che una rinascita della Grande Mela sia davvero auspicabile!
P.S. Questa è la prima recensione scritta dopo che Monza ha cambiato rotta, scegliendo un nuovo sindaco: speriamo davvero che sia l'inizio di una Monza Renaissance.
Mauro Reali
19 giugno 2002