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GIROVAGANDO PER MOSTRE
Mario Schifano all'Arengario di Monza
Oltre ottanta opere esposte fino al 2 giugno
di Mauro Reali

futurismo

 
Anche Monza rende omaggio al grande artista scomparso nel 1998, proprio nell'anno in cui alla Galleria comunale d'arte moderna di Roma si è appena chiusa una grande rassegna dal titolo ambizioso: Mario Schifano Tutto. Tutto ciò dà la misura dell'interesse che critica, pubblico e collezionismo hanno per un pittore che - nel corso del secondo Dopoguerra – si è proposto come uno dei maggiori innovatori dell'arte italiana, seguendo da un lato la propria inesauribile genialità creativa, dall'altro le intuizioni già espresse dalla Pop Art americana. D'altra parte Schifano operò nei primi anni Sessanta proprio negli Stati Uniti, dove espose a New York alla mostra The New Realism (1962) e dove conobbe artisti del calibro di Andy Warhol: e come potevano tali contatti non segnare giovani inquieti come Mario Schifano, appunto, ma anche quali Tano Festa e Franco Angeli? La mostra di Monza dedicata a Schifano – infatti – andrebbe a mio avviso vista contestualmente (o quasi) a quella dal titolo New York Reinassance che in questi giorni, a Palazzo Reale di Milano, celebra l'impulso innovativo dell'arte contemporanea americana. Ma, forse, è meglio non esagerare, perché altrimenti rischiamo di dipingere Schifano come una sorta di pedissequo imitatore di ciò che accadeva oltroeceano! Invece le opere esposte nella rassegna Viaggio-incontro con Mario Schifano, selezionate da Ilia Pellegrinelli (l'esposizione è organizzata dalla World Exhibition Association e dal Comune di Monza; è aperta dal martedì alla domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 19; l'ingresso costa € 4), ci mostrano un artista assai più complesso e “completo”. Sono infatti rappresentati molti dei “cicli” pittorici di Schifano, che lo hanno portato a riprodurre soggetti affini o analoghi, in modo seriale e ripetitivo, con una sterminata pluralità – però – di risultati, dovuta anche alla varietà di tecniche usate. Tecniche che comprendono olio, smalto, acrilico, gelatina, ma anche disegno, collage, litografia, fotografia, immagini televisive ritoccate, eccetera..., in un tentativo – non solo nei temi contemporanei, ma anche nella “modernità” dei mezzi espressivi – di appagare quel “senso di contemporaneità” che sempre lo pervase. Ammiriamo all'Arengario, ad esempio, alcune tra le sue Palme, Gigli d'acqua, Paesaggi anemici, Casolari... provenienti per lo più da collezioni private e in larga parte inediti; soggetti consueti, per l'artista in questione, ma che che si palesano qui con risultati qualitativamente assai alti. Di grande interesse è pure la grande tela di soggetto storico, I Futuristi, degli anni Settanta, che campeggia in bianco e nero al centro della rassegna. Senz'altro, però, lo Schifano più vicino a certe esperienze della Pop Art americana è rappresentato da un gruppo di opere inedite del 1994, ispirate alla bottiglia dell'acqua minerale gallese Tynant. Bottiglie singole o multiple, piccole o grandi, con più o meno colore attorno. “Sempre bottiglie, sono, nella loro ripetitiva serialità”, qualcuno potrebbe obiettare; eppure il genio dell'artista ha saputo infondere loro un'aura singolare, speciale, facendo di ogni loro rappresentazione qualcosa di unico e irripetibile. Irripetibile nella ripetitività (come, ad esempio, gli “oggetti” plurimi di Andy Warhol, dai barattoli di zuppa Campbell ai ritratti di vip “moltiplicati”), nella sfida – certo vinta da Schifano – di sublimare la fugace realtà contemporanea, consegnandola all'eternità del momento artistico; lo dico però con qualche titubanza, perché quest'espressione tanto pomposa all'anticonformista Schifano non sarebbe piaciuta tanto...

Mauro Reali


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  29 aprile 2002