
GIROVAGANDO PER MOSTRE
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Pompeo Mariani torna a Monza
Al Serrone della Villa Reale una mostra eccezionale
di Mauro Reali
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Effetto di luna |
Il grande pittore monzese Pompeo Mariani (1857-1927) ha avuto, ed ha tutt'ora, uno strano destino. Fu assai famoso in vita, celebrato e premiato dalla critica, ma soprattutto dal pubblico del bel mondo lombardo e ligure che impazziva per la sua sterminata produzione pittorica ove sapeva coniugare cosa rara qualità e quantità (era un pittore infatti - è bene ammetterlo - anche commerciale, e con la sua arte divenne ricco!), ma dopo la sua morte le cose sono un po' cambiate.
È' ancora infatti un beniamino dei collezionisti (anche stranieri), che comprano a cifre ormai piuttosto elevate le sue tele nelle aste o nelle gallerie; la critica però uffa, 'sti intellettuali
! fatica ancora a considerarlo davvero un grande, forse perché i soggetti della sua pittura sono quasi sempre gradevoli, fortemente decorativi, sovente ripetitivi
, e piacciono troppo anche alla gente comune (d'altra parte a Torino è in questi giorni in mostra l'opera di De Nittis, altro grandissimo del nostro Ottocento, che pagò anch'egli alla critica il dazio dell'essere piaciuto troppo in vita); o forse perché è penalizzato dell'ovvio confronto con lo zio Mosè Bianchi, di lui più vecchio e in parte anticipatore di alcune soluzioni stilistiche da lui assunte; o forse (questa è una provocazione, intendiamoci
), perché nessun critico aveva ancora visto questa mostra appena inaugurata a Monza! Ma - vi assicuro - qualche settimana fa parlavo con un noto studioso che, alla mia entusiastica menzione di Pompeo Mariani (che ingenuo che sono stato, dovevo immaginarmelo!), ha faticato molto a non storcere la bocca
Veniamo ora alla mostra, intitolata Pompeo Mariani. 1857-1927. Poesia della natura, fascino della mondanità, visitabile tutti i giorni (10-12, 15-19, ingresso 4 euro) tranne il lunedì al Serrone della Villa Reale di Monza e curata da Marilisa Di Giovanni e Anna Ranzi (Catalogo Silvana editoriale, 34 euro); mostra resa possibile dalla partecipazione di vari enti e sponsor, ma in particolare del Comune di Monza e della Fondazione Pompeo Mariani istituita nel 1998 - che ha sede in quella bellissima villa a Bordighera ove il nostro passò la sua feconda vecchiaia, dopo una vita trascorsa per lo più tra Monza, Milano e Genova (vedi il sito: www.fondazionepompeomariani.it ).
Perché poesia della natura? Perché le vedute monzesi e brianzole, gli scorci del Ticino alla Zelata, le marine e le immagini del porto di Genova furono tra i soggetti più consueti e riusciti della sua produzione. Perché fascino della mondanità? Perché Mariani dipinse con pari bravura i templi della mondanità a cavallo tra i due secoli: il casinò di Montecarlo, le corse a San Siro, la Scala di Milano
Di tutto ciò troviamo ampia documentazione nell'antologica monzese. Solo quattro menzioni, quasi a campione, tra tutte le 104 opere: L'effetto di luna, del 1885, uno splendido notturno del porto di Genova; le Lagrime d'addio del 1895, ove due donne piangono nel vedere un bastimento che si allontana su un mare tranquillo: sono anni d'emigrazione; il Colpo di spingarda del 189?, bellissima veduta della Zelata con le anatre; e, tra tante scene di balli e casinò anche più molto belli di questo, il Sussurro di guerra del 1914, quando i volti altrove sereni di uomini e donne assumono preoccupate espressioni, parlando di terribili eventi che incombono nel mondo (altro che Mariani pittore superficiale!). Ma scoperta, immagino, per molti (ma non per gli appassionati della prima ora) saranno i quadri dipinti da Pompeo Mariani dopo un viaggio in Egitto del 1881, che lo includono anche se per breve tempo nel novero dei pittori cosiddetti orientalisti: L'arabo in preghiera e Il mercato del Cairo non sfigurerebbero (so che qualcuno griderà al sacrilegio!) neppure a fianco delle opere del grande Alberto Pasini.
Altro da dire? Non credo. Se non esprimere profonda soddisfazione per avere visto a Monza una mostra di tale livello, con la speranza di vederne ancora; e se davvero si punta alla Villa Reale come a un futuro spazio da dividere equamente tra alta rappresentanza politica e sede di grandi momenti culturali questa è la strada obbligata: quella degli eventi di qualità, che restano nella memoria e si perpetuano nel tempo coi cataloghi. Insomma, non avendo avuto il fasto dei re di Francia (il confronto coi Savoia è impietoso
), è anche così che dobbiamo costruirci la nostra Versailles.
Mauro Reali
17 marzo 2002