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I Macchiaioli a Palazzo Bricherasio
di Mauro Reali
Sta per chiudere la bella mostra di Brescia, che ha fatto giustamente accorrere fiumane di visitatori, dedicata ancora una volta all'Impressionismo. Si potrebbe dunque dire che lasci il testimone per quanto concerne l'arte dell'Ottocento - all'esposizione torinese I Macchiaioli. Sentimento del vero, aperta fino al 10 giugno a Palazzo Bricherasio (per info: www. palazzobricherasio.it; catalogo: Electa). Certo là sono le vivaci vedute parigine e i vibranti e paesaggi francesi - provenzali o nordici a fare da protagonisti; qui siamo invece immersi nelle calde atmosfere della Toscana della seconda metà del secolo XIX, realtà per lo più agricola, nobilitata dalle presenze di animali e uomini al lavoro. È il mondo dei macchiaioli, artisti che con orgoglio si appropriarono di questo termine usato in senso dispregiativo sulla stampa del tempo (Gazzetta del Popolo 1862); tale epiteto, però, dal significato più o meno di imbratta-tele, venne poi a indicare un particolare modo di dipingere fatto di macchie di colore, che sono esse stesse forma e che si sostituiscono allo stanco calligrafismo della tradizione accademica. La mostra muove dalle origini della macchia (con quadri di Serafino de Tivoli, Vito d'Ancona), per esplorare sia la vena poetica di questi artisti (specialmente nelle vedute di Castiglioncello e Piagentina), sia la loro tendenza a raffigurare l'epica quotidiana del lavoro dei campi, in una progressiva tendenza ad assumere da parte dei suoi maggiori esponenti come Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Silvestro Lega, un atteggiamento spiccatamente realista. La curatrice Francesca Dini ha selezionato oltre un centinaio di opere per lo più di collezioni private che delineano molto bene questo percorso; opere va detto non tutte di pari livello qualitativo, ma tra le quali spiccano comunque dei veri e propri capolavori.
Come sempre, da parte mia, non vi sarà nessun giudizio ex cathedra, bensì alcune impressioni personali, che vorrei condividere coi lettori. Davvero interessante a mio avviso è infatti la terza sezione (L'epica del quotidiano), che ruota attorno al ritrovato capolavoro di Telemaco Signorini L'alzaia, oggi proprietà di una collezione inglese, e che raggruppa splendidi dipinti (di Fattori, Le macchiaiole e Raccolta del fieno in Maremma, di Borrani, Cucitrici di camicie rosse, di Abbati, L'orazione, di Lega, Educazione al lavoro), ottimi esempi di quella sublimazione del tema lavoro e della realtà della vita quotidiana italiana del tempo, che è dimensione primaria di questi pittori: i loro quadri sono tra i documenti più veri dell'Italia (e degli Italiani) che si stavano allora formando. Sempre parlando di capolavori, non posso esimermi dal segnalare nella quarta sezione (Presagi di Naturalismo nella pittura dei Macchiaioli) il magnifico Ave Maria di Fattori, riproposto al pubblico dopo oltre cinquant'anni di oblio. E a questi quadri aggiungo solo in quanto emblema stesso della mostra poiché sulla copertina del depliant il Colline a Settignano di Telemaco Signorini; quanto al resto, lo scopriranno durante la loro visita caldamente consigliata - i lettori dell'Arengario. Mauro Reali
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